Alessandro Di Battista e il tumore al cervello: cosa sappiamo e cosa dicono i medici su sintomi, interventi e terapie

L’articolo spiega che i segnali possono includere mal di testa, nausea, vertigini, disturbi del linguaggio o crisi epilettiche, e ricorda che sotto questa definizione rientrano oltre cento patologie diverse...


Il racconto a “diMartedì” e l’intervento a Cuba

Un viaggio di lavoro a Cuba e un malore improvviso. Poi gli accertamenti immediati seguiti da un delicato intervento neurochirurgico d’urgenza. Questo il racconto che l’ex parlamentare del M5S Alessandro Di Battista ha fatto ai telespettatori di La7, ospite di “diMartedì”, dove ha reso pubblica la diagnosi: un tumore al cervello, una definizione che, ad essere precisi, raccoglie in realtà patologie oncologiche anche molto diverse tra loro.

Ma cosa è successo concretamente a Di Battista? E quali sono i sintomi da non sottovalutare? Per capire di che cosa si tratti e quali siano oggi le prospettive di cura, ecco un quadro generale, con il contributo di Christian Brogna, neurochirurgo del Paideia International Hospital di Roma ed esperto internazionale di chirurgia dei tumori complessi.

L’edema cerebrale, il primo campanello d’allarme

Di Battista ha spiegato di essere stato operato a Cuba proprio per ridurre l’edema, prassi frequente per chi è colpito da questa malattia. Il meccanismo è legato al modo in cui un tumore al cervello cresce. Questo per svilupparsi ha bisogno di nuovi vasi sanguigni, ma questi sono fragili e pieni di piccole fessure. Da lì alcuni componenti del sangue fuoriescono e si accumulano nel tessuto cerebrale circostante, formando per l’appunto l’edema. “Sono i sintomi di questo accumulo a portare spesso il paziente dal medico e, quindi, alla diagnosi: forte mal di testa, vertigini, nausea e vomito, sonnolenza. È quanto accaduto anche all’ex deputato”, commenta Brogna.

I sintomi da non trascurare

Secondo lo specialista, i campanelli d’allarme possono essere sfumati. Questi riguardano “piccoli problemi di memoria, disorientamento, difficoltà a trovare le parole, un mal di testa persistente che tende a peggiorare col tempo. In altri casi il quadro è più evidente, con disturbi del linguaggio o del campo visivo, perdita di forza a braccia o gambe, crisi epilettiche. Sono segnali generici – continua Brogna – ma vale la pena prestarvi attenzione. Non è raro, inoltre, che la diagnosi arrivi per caso, ad esempio durante una TAC eseguita dopo un trauma cranico”. Il neurochirurgo ricorda anche che si tratta di tumori relativamente rari: rappresentano l’1,6% di tutte le diagnosi di cancro.

Un nome solo, più di cento malattie

Brogna sottolinea tuttavia che sotto l’etichetta “tumore al cervello ci sono più di cento tipologie, ciascuna con il suo comportamento e la sua età tipica di comparsa. I gliomi sono sicuramente i tumori primari più frequenti”. Quelli di basso grado colpiscono soprattutto tra i 20 e i 40 anni e spesso si annunciano con una crisi epilettica. Poi ci sono i meningiomi, che nascono dalle meningi e comprimono il cervello, e le metastasi, cioè lesioni secondarie di tumori partiti da altri organi. Più rari i gliomi anaplastici, i medulloblastomi e i tumori della regione pineale.

La forma più diffusa in assoluto è il glioblastoma, circa 1.500 casi l’anno, il 45% delle nuove diagnosi. Colpisce soprattutto uomini tra i 50 e i 65 anni, anche se esistono forme giovanili con un’età media intorno ai 39. “I ricercatori lo dividono in due famiglie in base a un gene, l’IDH: se è mutato, il glioblastoma è “secondario” ed è l’evoluzione di un glioma di basso grado; se non lo è, è “primario” e nasce direttamente come glioma di grado 4. A complicare il quadro c’è la sede. Lo stesso tumore, in un’area diversa del cervello, può avere un decorso e una sopravvivenza molto diversi, ed è per questo che –  sottolinea Brogna – è difficile ragionare per categorie”.

Prognosi: meno fatalismo di un tempo

Brogna invita a superare vecchi pregiudizi. “La medicina evolve, e con lei le possibilità di cura. Fino a non molto tempo fa si riteneva che un paziente con metastasi cerebrali fosse senza speranza; oggi si sa che la metastasi, se trattabile con chirurgia o radiochirurgia, non è di per sé decisiva per la prognosi, che dipende piuttosto da ciò che accade nel resto dell’organismo”, commenta il neurochirurgo.

Il percorso terapeutico parte dalla riduzione dell’edema con farmaci cortisonici. Segue la resezione chirurgica del tumore e la radioterapia, con l’eventuale aggiunta della chemioterapia. “Essere operati al cervello – conclude Brogna – non significa condannarsi a convivere per sempre con un deficit. Il cervello possiede una sua neuroplasticità in ogni fase della vita, e una persona trattata in modo adeguato può, nella maggior parte dei casi, tornare a una vita come se nulla fosse accaduto.

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