Leucemia Linfoblastica Acuta, con l’immunoterapia guarigione in 80% dei pazienti adulti

Locatelli (Bambino Gesù): «Con l’arrivo del primo anticorpo bispecifico 10 anni fa la storia di questa malattia del sangue ha iniziato a cambiare»


Leucemia Linfoblastica Acuta

L’innovazione e la ricerca farmaceutica, con i risultati e le aspettative che produce, sono entrate a gamba tesa nelle vita delle persone il cui corso è stato incrinato da una delle più aggressive malattie del sangue, restituendo così speranze. Stiamo parlando dell’immunoterapia, una realtà che da un decennio ha cambiato, in meglio, il percorso di cura di chi è affetto dalla Leucemia Linfoblastica Acuta (LLA).

Protagonista di questa rivoluzione è il blinatumomab, il primo anticorpo bispecifico della classe BiTE (Bispecific T-cell Engager). Già impiegato con successo i casi più difficili o recidivanti, questo farmaco ha ricevuto dall’AIFA l’importante via libera alla rimborsabilità anche in prima linea per i pazienti adulti con leucemia linfoblastica acuta a precursori B Philadelphia-negativa di nuova diagnosi. Somministrato in prima linea dopo la chemioterapia, ha portato pazienti adulti a tassi di sopravvivenza superiori all’80%, con remissione completa e duratura nel tempo. Il risultato raggiunto quindi con questo farmaco è quindi ancor più importante se pensiamo che la LLA è un tumore del sangue che origina dal midollo osseo e che costituisce la forma leucemica più comune dell’età pediatrica, sebbene presenti un secondo importante picco in età giovane adulta. 

La malattia 

«La leucemia linfoblastica acuta origina dalla trasformazione neoplastica dei linfociti, una sottopopolazione dei globuli bianchi – spiega Franco Locatelli, Direttore Dipartimento di Onco-Ematologia, Terapia Cellulare e Genica, IRCCS Ospedale Bambino Gesù, Roma; Professore Ordinario di Pediatria, Università Cattolica Sacro Cuore di Roma – Causa una produzione incontrollata di cellule immature, chiamate linfoblasti, che portano a una riduzione delle cellule ematologiche normali (globuli rossi, piastrine o dell’emoglobina) e assai frequentemente un ingrossamento del fegato, della milza e dei linfonodi». 

«La leucemia linfoblastica acuta origina dalla trasformazione neoplastica dei linfociti, una sottopopolazione dei globuli bianchi – spiega Franco Locatelli, Direttore Dipartimento di Onco-Ematologia, Terapia Cellulare e Genica, IRCCS Ospedale Bambino Gesù, Roma; Professore Ordinario di Pediatria, Università Cattolica Sacro Cuore di Roma – Causa una produzione incontrollata di cellule immature, chiamate linfoblasti, che portano a una riduzione delle cellule ematologiche normali (globuli rossi, piastrine o dell’emoglobina) e assai frequentemente un ingrossamento del fegato, della milza e dei linfonodi. Il progressivo miglioramento nella prognosi dei pazienti nelle ultime due-tre decadi è il risultato di una stratificazione del rischio sempre più sofisticata e dell’introduzione dell’immunoterapia – prosegue Locatelli – In particolare l’anticorpo bispecifico blinatumomab è quello che ha dimostrato maggiore efficacia». 

Come combatte la malattia il farmaco

Il meccanismo d’azione del blinatumomab è tanto ingegnoso quanto efficace. Il farmaco agisce infatti come un vero e proprio ponte biologico che mette in contatto diretto le cellule tumorali con i linfociti T, le cellule del nostro sistema immunitario, guidandole nella distruzione mirata delle cellule malate.

L’aspetto straordinario è che, affiancato o utilizzato in sostituzione della chemioterapia tradizionale, questo approccio permette non solo di ridurre drasticamente la tossicità e gli effetti collaterali pesanti delle cure classiche, ma porta a tassi di sopravvivenza superiori all’80%. Importanti studi clinici internazionali e nazionali — come il trial di fase III ECOG E1910 e lo studio GIMEMA LAL2317 — hanno confermato questi numeri eccezionali, registrando una sopravvivenza globale a tre anni compresa tra l’82% e l’85% nei pazienti trattati con questa strategia integrata.

A suggellare la portata di questo traguardo è  Sabina Chiaretti, Professoressa Associata Dipartimento di Medicina Traslazionale e Precisione, Università La Sapienza di Roma, la quale evidenzia che «blinatumomab è il giusto completamento di questo lungo iter di avanzamento della ricerca; grazie al meccanismo d’azione immunoterapico che di fatto potenzia i linfociti T, consente di integrare l’immunoterapia più precocemente nel percorso di cura arrivando a tassi di sopravvivenza superiori all’80%».

Il lato umano


Dietro ai numeri e alle innovazioni di laboratorio ci sono però storie di vita, percorsi clinici condivisi e un profondo legame umano tra i pazienti, le famiglie e il personale sanitario. Questa complessa alleanza di cura è al centro del cortometraggio “Sangue Bianco”, prodotto da Amgen con il patrocinio della Fondazione Maria Letizia Verga e presentato al Festival di Cannes 2026. Il progetto cinematografico si ispira al libro “Tante belle persone” di Paolo Tallini, nato dalla dolorosa ma luminosa esperienza vissuta insieme al figlio Pietro. Come racconta lo stesso autore, il volume vuole essere «un tributo al coraggio di chi affronta la malattia e all’impegno di medici, infermieri e ricercatori che accompagnano ogni giorno i pazienti e le loro famiglie», offrendo un ringraziamento profondo a chi sa guardare oltre la ricerca e oltre il business, abbracciando la vera dimensione umana della cura.

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