Dall’assemblea plenaria del Club di Venezia tenuta a Madrid, il racconto di Sophie Sacilotto, che monitora e contrasta le operazioni di interferenza informativa.
C’è una bufala che di tanto in tanto torna a circolare, identica nella sostanza, ma diversa nel bersaglio: quella dei laboratori segreti finanziati dagli Stati Uniti, che condurrebbero sperimentazioni ad alto rischio biologico. Nata in Ucraina e passata per la Georgia, è di recente approdata in Armenia.
A raccontare come funziona il riciclaggio delle fake news nell’ambito della guerra ibrida è Sophie Sacilotto, ricercatrice e data analyst per Debunk.org, incontrata a Madrid durante l’assemblea plenaria del Club di Venezia sulla disinformazione.
Cos’è Debunk.org e perché c’entra anche la salute
Debunk.org è un think tank tecnologico indipendente e una ONG con sede a Vilnius, in Lituania, nata nel 2018. Combina intelligenza artificiale e lavoro umano: algoritmi proprietari scandagliano ogni giorno migliaia di articoli a caccia di oltre 600 narrative note, mentre una rete di circa 5.000 volontari, soprannominati gli “elfi”, verifica manualmente i contenuti sospetti.

Sacilotto è chiara quando descrive il campo d’azione dell’organizzazione: «Ci concentriamo soprattutto sulle persone, facciamo lavoro di open source intelligence e se un’informazione è accessibile e riconducibile a interferenza straniera, la contrastiamo. Ma non interveniamo direttamente sul settore sanitario: richiede un livello di conoscenza e competenza che non abbiamo». Eppure, mentre spiega cosa fa l’associazione per cui lavora, il tema della salute viene fuori da sé: è uno dei terreni preferiti da chi costruisce campagne di manipolazione informativa. «Nel mirino, in particolare, le narrative soprattutto di origine russa che promuovono l’esitazione vaccinale, ma anche la fake news dei laboratori biologici, diffusa in Ucraina, quindi in Georgia e poi in Armenia» aggiunge la ricercatrice.
Il caso dei biolab armeni
Il copione, racconta Sacilotto, è documentato. Secondo le analisi del Digital Forensic Research Lab (DFRLab) dell’Atlantic Council, nel 2025 una campagna ha preso di mira gli armeni con il racconto, diffuso in almeno sette lingue, di biolaboratori americani che condurrebbero esperimenti militari segreti e potenzialmente nocivi per i civili. A monte, una strategia in due fasi: una prima ondata tra febbraio e marzo basata su presunti documenti riservati, una seconda a maggio che ha spostato l’attenzione sulle case farmaceutiche occidentali accusate di testare farmaci su cittadini vulnerabili per creare “super soldati” NATO. Complessivamente la narrativa ha raggiunto oltre 14 milioni di persone.
Non è una novità assoluta: la matrice è la stessa che nel 2022, all’indomani dell’invasione dell’Ucraina, aveva fatto esplodere la bufala dei laboratori biologi ucraini, in realtà strutture di cooperazione sulla biosicurezza e la sanità pubblica.
Di fronte al caso armeno la risposta è stata operativa, racconta Sacilotto: «Lo abbiamo segnalato alle organizzazioni locali coinvolte e ci siamo assicurati che fosse flaggato sui social. Siamo anche trusted flagger riconosciuti dall’UE, quindi possiamo segnalare un contenuto come ingannevole o inautentico e farlo rimuovere. In questo caso abbiamo una struttura che opera nella regione e che si è occupata di sottoporre il caso alle autorità competenti».
Elezioni e comunità
Lo stesso meccanismo si attiva con particolare efficacia quando si parla di voto. Sacilotto è lead analyst del progetto FIMI Defenders for Election Integrity (FDEI), coordinato da Debunk.org. FIMI sta per Foreign Information Manipulation and Interference: la manipolazione informativa straniera, categoria con cui in Europa si descrivono le operazioni ostili condotte da attori statali esterni. Il progetto riunisce dieci organizzazioni che monitorano e contrastano la manipolazione informativa prima e durante le elezioni.
Fondamentale il lavoro con le comunità locali: «Lavoriamo con organizzazioni locali in occasione delle elezioni occupandoci di fact-checking, ma anche di divulgare strategie di verifica delle fonti e identificazione delle notizie false». E quando un’organizzazione individua un’operazione sospetta ma non sa come gestirla, l’aiuto è pratico: «Istruiamo le organizzazioni su come segnalarla, comprenderla, e a chi rivolgersi». Tra gli strumenti quindi anche la formazione, online e gratuita o a pagamento, costruita usando «la stessa terminologia e lo stesso quadro metodologico adottati a livello UE, così da non creare barriere tra i vari stati membri».
Gli strumenti del mestiere
Quanto agli strumenti tecnici, Sacilotto distingue due fasi. Per individuare le operazioni: «Software di social media monitoring, con cui monitorare le attività degli account; la ricerca manuale, e lo scraping – l’estrazione di dati da una fonte digitale – tramite codice». Per contrastarle: «L’esposizione (report scritti, l’attenzione del pubblico, dei governi, della stampa) e poi il deplatforming, la richiesta alla piattaforma su cui il contenuto è stato diffuso di rimuoverlo quando viola le regole».
Protocolli complessi, per affrontare una minaccia complessa. La vicenda armena del resto racconta come spesso le narrative che colpiscono la fiducia nei vaccini, nei farmaci e nelle istituzioni sanitarie non sono fenomeni spontanei, ma frammenti di operazioni più ampie: attacchi costruiti a tavolino, che fanno leva sulla paura legata alla salute per raggiungere obiettivi geopolitici ed elettorali, e che tornano a colpire Paesi diversi in tempi diversi. In questo senso, conclude Sacilotto, riconoscere il pattern è il primo passo per difendersi.