Che il reddito medio del quartiere in cui si vive influisca sul rischio di sviluppare il diabete di tipo 2 è noto da tempo. Ma cosa succede se a un certo punto si cambia casa? Secondo una ricerca canadese presentata al congresso annuale della European Association for the Study of Diabetes (EASD), in corso a Milano dal 28 settembre al 2 ottobre, il rischio diminuisce, e in misura consistente.
Quasi due milioni di persone seguite per vent’anni
Insieme a colleghi membri di diversi istituti della città, la dottoressa Sharmin Majumder, dell’Istituto di politica, gestione e valutazione sanitaria dell’Università di Toronto, ha analizzato i dati di 1.932.869 adulti dell’Ontario, con un’età media di 42 anni. All’inizio nessuno aveva il diabete, e tutti vivevano in quartieri ad alta povertà, in cui almeno il 30% delle famiglie ha un reddito, al netto delle tasse, inferiore alla soglia inferiore stabilita dall’istituto nazionale di statistica canadese.
Dopo aver seguito i partecipanti per un periodo di tempo che in alcuni casi raggiunge i 21 anni, i ricercatori hanno confrontato tre gruppi: chi si era trasferito in un quartiere meno povero, chi si era spostato in un’altra zona ad alta povertà e chi non aveva mai cambiato residenza.
Chi cambia casa, però, può essere diverso da chi resta sotto numerosi punti di vista. Per tenerne conto, il gruppo ha usato un metodo statistico chiamato ponderazione per l’inverso della probabilità, che rende i gruppi il più possibile simili per caratteristiche misurabili come età, sesso, background migratorio familiare, percorribilità a piedi del quartiere e dimensioni della città.
Un rischio più basso fino al 57%
Dall’indagine è emerso che chi si è trasferito da un’area ad alta povertà a una con un reddito medio superiore ha sviluppato il diabete di tipo 2 con una frequenza inferiore del 24% rispetto a chi si è spostato in un altro quartiere povero e del 57% in confronto a chi non ha mai cambiato casa.
A stupire gli esperti, però, è stato un altro risultato inatteso: chi è rimasto nello stesso quartiere si è ammalato più spesso di chi si è spostato da una zona povera a un’altra altrettanto povera. Lo studio non era pensato per spiegare questa differenza, e la stessa Majumder invita alla prudenza: «Le differenze tra chi si trasferisce e chi resta toccano aspetti difficilmente misurabili, quindi questo risultato va interpretato con cautela e richiede ulteriori approfondimenti».
Cibo, verde e servizi: che cosa cambia tra un quartiere e l’altro
Sebbene la ricerca non spieghi il nesso causale tra quartiere di residenza e incidenza del diabete, Majumder mette in fila alcune ipotesi. «Sono molte le caratteristiche di un’area urbana che possono incidere sulla salute: la presenza di negozi che vendono cibo sano a prezzi accessibili, le opportunità di fare attività fisica, come strade adatte a camminare e spazi verdi, ma anche gli investimenti in sanità e altre risorse a disposizione della comunità».
Contano anche le condizioni ambientali: l’inquinamento, il rumore del traffico, con ricadute sul livello di stress, e le occasioni di costruire relazioni sociali. «Il nostro studio non era pensato per stabilire quale di questi fattori spieghi variazioni nel rischio di ammalarsi di diabete», precisa la ricercatrice. «Individuare questi meccanismi, però, è il prossimo passo importante».
D’altra parte, non mancano gli studi internazionali che intrecciano salute, sostenibilità e urbanistica. Tra questi, quello condotto da un gruppo di oltre 50 ricercatori dell’Helsinki Institute of Urban and Regional Studies ha indicato la camminabilità, cioè quanto un quartiere si presta a essere percorso a piedi, tra gli indicatori chiave per aree residenziali sostenibili, mettendola in relazione a longevità e spesa pubblica: nei quartieri più camminabili le persone si muovono di più e calano i disturbi cardiovascolari, mentre la scarsa attività fisica costa alla Finlandia circa 3,2 miliardi di euro l’anno.
Un tema che riguarda anche l’Italia
Il legame tra condizioni economiche e malattie metaboliche non riguarda solo il Canada. Secondo la Società Italiana Metabolismo Diabete Obesità (SIMDO), in Italia l’obesità interessa oltre sei milioni di persone, e diabete e obesità colpiscono soprattutto le fasce con redditi più bassi.
Anche l’accesso al cibo, uno dei fattori indicati da Majumder, pesa sulle famiglie italiane. Secondo il volume Povertà e insicurezza alimentare in Italia. Dalla misurazione alle politiche, curato dall’OIPA (Osservatorio Insicurezza e Povertà Alimentare del CURSA – Consorzio Universitario per la Ricerca Socioeconomica e per l’Ambiente) in collaborazione con numerose università italiane, l’ISTAT e la FAO, mangiare sano può costare fino al 60% in più che scegliere cibo ultra-processato. Secondo l’Istat, nel 2024 il 9,9% della popolazione non poteva permettersi un pasto proteico almeno ogni due giorni, contro l’8,4% del 2023.
Il messaggio per chi progetta le città
«I dati suggeriscono che il luogo in cui le persone vivono influenza in modo decisivo la loro salute a lungo termine», spiega Majumder. «Capire quali condizioni del quartiere sono legate a una salute migliore potrebbe orientare la riqualificazione urbana e gli interventi a favore delle comunità svantaggiate con abitazioni migliori, ambienti più percorribili a piedi, spazi ricreativi sicuri e un accesso più facile ai servizi».