Da una parte «1.715 Case di Comunità programmate, delle quali 781 hanno almeno un servizio attivo e solo 334 di queste, il 42,8%, dispongono di servizi di supporto per la salute mentale. Tuttavia, appena 66 risultano pienamente operative secondo gli standard previsti (rapporto Agenas 2025). Dall’altra la rete specialistica dei Dipartimenti di salute mentale (Dsm): secondo l’ultimo Rapporto salute mentale del ministero della Salute, nel 2024 sono state quasi 850 mila le persone assistite dai Dsm. Circa 275 mila di questi sono nuovi ingressi nel corso dell’anno e, per 260 mila di loro, si è trattato del primo contatto con i servizi di salute mentale nell’intera vita. Complessivamente sono state erogate oltre 10 milioni di prestazioni, con una media di 13,6 interventi per utente. L’81,7% delle prestazioni viene ancora effettuato all’interno delle sedi dei Dsm e soltanto l’8,3% a domicilio».
Sono i due blocchi di dati che — secondo la Società italiana di Psichiatria — fotografano la sfida della salute mentale sul territorio: «non costruire nuovi servizi separati, ma integrare la nuova rete dell’assistenza di prossimità con quella dei Dsm, mettendo in relazione Case di comunità, Centri di salute mentale (Csm), cure primarie, Consultori Familiari e servizi sociali».
In Italia vi sono circa 1200 Csm. A regime, quando le Case di comunità saranno tutte attivate, praticamente avremo un Csm ogni 1,4 Case di Comunità. «Si tratta di collegamenti sostenibili sul piano organizzativo».
È questo il modello indicato dalla Società italiana di Psichiatria in occasione della Giornata mondiale della salute mentale, che si celebra il 10 ottobre. Una rete integrata e multiprofessionale nella quale, come chiede quest’anno l’Organizzazione Mondiale della Sanità, anche le persone con esperienza vissuta di disturbi mentali e le loro famiglie abbiano un ruolo attivo nella progettazione, realizzazione e valutazione dei percorsi di cura. Per richiamare simbolicamente questo messaggio, come ogni anno la SIP “accenderà” di verde palazzi e monumenti in tutta Italia (Info su www.psichiatria.it).
Un’opportunità per la psichiatria di prossimità
«Il modello italiano nasce dalla Legge 180 del 1978, il cui principio di deistituzionalizzazione era ed è esattamente quello di cui parla oggi l’Oms — spiega Guido Di Sciascio, co-Presidente della Società Italiana di Psichiatria e direttore del Dipartimento di Salute mentale dell’Asl di Bari —. Oggi la sfida è rafforzare la psichiatria di prossimità senza creare nuovi livelli di assistenza separati. Le Case di Comunità rappresentano un’opportunità importante per intercettare precocemente il disagio e avvicinare la salute mentale ai luoghi nei quali le persone incontrano il sistema sanitario, ma devono essere fortemente integrate con i Dipartimenti e i Centri di Salute Mentale, con la medicina generale e con gli altri servizi già presenti sul territorio. Servono équipe multiprofessionali e percorsi capaci di garantire continuità, appropriatezza dell’invio e presa in carico quando necessaria. Sono obiettivi indicati anche dal recente Piano di Azione Nazionale per la Salute Mentale (PANSM), per la cui attuazione sono state stanziate nuove risorse: 80 milioni nel 2026, 85 nel 2027, 90 nel 2028 e 30 milioni annui dal 2029; 30 milioni l’anno sono vincolati alle assunzioni a tempo indeterminato».
“Lived experiences heard”: il ruolo di pazienti e famiglie
L’altro elemento centrale della Giornata mondiale 2026 è indicato già dal tema scelto dall’Oms, “Lived experiences heard: real voices, real change”: le persone che hanno vissuto direttamente un disturbo mentale non devono essere semplicemente ascoltate, ma contribuire alle decisioni e alla progettazione, realizzazione e valutazione dei servizi.
Su questo terreno i dati italiani mostrano che qualcosa si sta muovendo. Tra le 781 Case di Comunità con almeno un servizio attivo, 544 dichiarano attiva la partecipazione dei cittadini e il loro coinvolgimento nella costruzione dei servizi sul territorio, uno degli elementi previsti dal nuovo modello dell’assistenza territoriale.
«Coinvolgere realmente le persone con esperienza di disturbo mentale e le loro famiglie significa superare un modello nel quale il paziente è soltanto destinatario delle cure e riconoscerne il contributo nella costruzione dei percorsi assistenziali — sottolinea Antonio Vita, co-Presidente della Società Italiana di Psichiatria e professore ordinario di Psichiatria all’Università di Brescia —. È un cambiamento culturale che deve riguardare non soltanto i Dsm, ma anche la ricerca e la formazione dei professionisti. Per questo è fondamentale rafforzare l’integrazione tra Università, Dipartimenti di Salute Mentale e strutture territoriali: mondi che devono dialogare sempre di più, facendo incontrare evidenze scientifiche, esperienza clinica e conoscenza diretta dei bisogni delle persone. Costruire i servizi sul territorio ‘con’ i pazienti e le famiglie, e not soltanto ‘per’ loro, può contribuire a rendere l’assistenza più vicina ai bisogni reali e, allo stesso tempo, migliorare la qualità della formazione e della ricerca in psichiatria».
In questa prospettiva, per la Sip «la sfida della nuova assistenza territoriale è costruire una psichiatria di prossimità capace di intercettare precocemente il disagio, attraverso équipe multiprofessionali e in stretto collegamento con la medicina generale, senza creare nuovi servizi isolati. L’obiettivo è garantire continuità tra cure primarie, Dipartimenti di Salute Mentale e Case di Comunità, facilitando l’accesso e indirizzando le persone verso la presa in carico specialistica quando necessaria».