Gender gap, Italia 83ª su 145 e il divario pesa sulla salute. Calamai: «Diffondere conoscenza per reclamare diritti»


BAROMETRO PATIENT ENGAGEMENT

L’Italia è stata tra i primi Paesi a scrivere la medicina di genere norma giuridica, ma l’applicazione resta disomogenea. Il Barometro del Patient Engagement la misura per la prima volta. Monica Calamai: «Se non conosci, non puoi reclamare diritti».

L’ultimo report del World Economic Forum sul divario di genere colloca l’Italia all’83esimo posto su 145 Paesi. Tra i criteri accesso all’istruzione, partecipazione politica, opportunità economiche ma anche la salute.Curare tutti allo stesso modo sembra la definizione stessa di equità. Non lo è. Uomini e donne si ammalano in modo diverso, manifestano sintomi diversi, rispondono ai farmaci in modo diverso. E a queste differenze biologiche si sommano quelle legate al contesto in cui ciascuno vive: il lavoro, il reddito, il ruolo in famiglia, l’accesso alle informazioni.

La medicina di genere nasce da questa constatazione. In Italia è legge dal 2018, ha un Piano nazionale e un Osservatorio dedicato. Quello che ancora manca è una risposta a una domanda semplice: quanto è arrivata davvero nella vita dei cittadini? È la domanda a cui prova a rispondere il Barometro del Patient Engagement 2026, la ricerca nazionale promossa da Helaglobe che quest’anno, per la prima volta, dedica un modulo alla salute di genere.

Il questionario del Barometro del Patient Engagement 2026 è aperto a tutti i cittadini: partecipa alla ricerca

Non è la «medicina delle donne»

Il primo equivoco da sgombrare è il nome. «Parliamo di genere, quindi abbiamo un focus che non è riferito in modo esclusivo alla donna», spiega Monica Calamai, Direttore Generale dell’IRCCS Azienda Ospedaliera Metropolitana della Liguria e componente del board scientifico del Barometro. «Il genere è dato non solo dal sesso, ma dalle influenze del contesto socioculturale e dai determinanti all’interno dei quali la persona è vissuta».

Le differenze sono concrete. Tra i casi più citati, c’è quello dello zolpidem, sonnifero prescritto con la stessa dose in entrambi i sessi, finché nel 2013 la Food and Drug Administration statunitense non ha dimezzato la dose iniziale raccomandata per le donne, da 10 a 5 milligrammi. Al risveglio infatti, il 15% delle donne aveva ancora nel sangue livelli del farmaco tali da compromettere la guida, contro il 3% degli uomini.

Non è un’eccezione. Uno studio pubblicato nel 2020 su Biology of Sex Differences ha individuato 86 farmaci per cui le donne raggiungono concentrazioni più alte, associate nella grande maggioranza dei casi a più effetti collaterali. La ragione, secondo gli autori, è che le dosi sono state a lungo calibrate su sperimentazioni condotte soprattutto sugli uomini.

Ma la biologia non spiega tutto. Uno studio del 2023 su JAMA Network Open ha mostrato che buona parte dell’eccesso di reazioni avverse segnalate nelle donne dipende dal fatto che usano più farmaci: tenendo conto dei consumi, la differenza mediana tra donne e uomini scende dal 45% al 15%. È esattamente il punto della medicina di genere: contano il corpo, ma anche le abitudini, le modalità e i tempi con cui si accede alle cure.

Per Calamai, è proprio questa attenzione all’individuo a fare della medicina di genere un ponte verso la medicina personalizzata, e uno strumento per una sanità «più equa e più accessibile a tutti i cittadini, a tutte le sfumature che caratterizzano la popolazione». Con un effetto che spesso si sottovaluta: la fiducia. «Un sistema che risponde meglio alle esigenze dei vari soggetti, che tiene conto del genere, è un sistema che migliora la sua relazione e la fiducia con la comunità all’interno della quale è inserito».

Il caso italiano

Sulla carta, il Paese è avanti. La legge 3 dell’11 gennaio 2018 è stata la prima norma italiana a nominare espressamente la medicina di genere. Il 13 giugno 2019 il Ministro della Salute ha approvato il Piano per l’applicazione e la diffusione della medicina di genere, che interviene su percorsi clinici, ricerca, formazione e comunicazione, mentre presso l’Istituto Superiore di Sanità è attivo un Osservatorio dedicato.

I principi, del resto, erano già scritti altrove. «Di medicina di genere non si parla nella legge istitutiva del Servizio sanitario nazionale, la 833», ricorda Calamai, «ma nei suoi principi fondanti, che parlano di equità e uguaglianza, così come nella nostra Costituzione. Si è evoluta la terminologia, ma i valori essenziali li ritroviamo anche prima».

Il problema è il passaggio dalla norma alla pratica. Alcune regioni hanno fatto da apripista: «Penso alla Toscana, dove ho lavorato molto», racconta Calamai, «dove già tantissimi anni fa era stato individuato un settore regionale dedicato alla medicina di genere, ancor prima della normativa nazionale». Altrove il percorso è più lento. Il risultato è una mappa disomogenea, con differenze importanti tra regioni ma anche tra aziende sanitarie presenti nella medesima regione.

Per Calamai la norma «può essere maggiormente articolata». Servono indicatori di risultato meglio definiti e, almeno all’inizio, qualche elemento più vincolante. «Le imposizioni, un po’ come le quote rosa, a volte diventano determinanti nelle fasi iniziali per permettere poi un’applicazione omogenea». E l’impatto non si ferma ai reparti: «Le aziende sanitarie sono realtà talmente grandi che quello che fanno incide sulla cultura generale, sul modo di parlare di medicina di genere ma anche di gender gap».

Sullo sfondo, un divario che rischia di allargarsi

La medicina di genere, per Calamai, è «un di cui» di una questione più ampia: il gender gap. Un tema così rilevante da essere il quinto dei 17 Obiettivi di sviluppo sostenibile dell’Agenda 2030 delle Nazioni Unite. «Sono obiettivi sfidanti, che probabilmente non raggiungeremo tra quattro anni», ammette.

I numeri le danno ragione. Secondo il Global Gender Gap Report 2026 del World Economic Forum, giunto alla ventesima edizione, il mondo ha colmato il 69,2% del divario tra uomini e donne. Al ritmo attuale, per la piena parità serviranno circa 120 anni e l’Italia si colloca all’83° posto su 145 Paesi.

«Vediamo leggeri miglioramenti, ma c’è un rallentamento», osserva Calamai, che sul tema organizza ogni anno un convegno a Genova. «In un’epoca di così grande crisi economica e di trasformazione, il rischio non è solo che ci sia un rallentamento, ma un arretramento».

Il divario di genere si intreccia con quello territoriale, tema centrale anche nel PNRR. «Non a caso, nel Mezzogiorno questa tematica è ancora più accentuata». Colmarlo, insiste Calamai, non è solo una questione di giustizia: «Porta a una strutturazione dei servizi più equa, ma migliora anche il benessere complessivo, anche economico, del nostro Paese».

Il divario dentro gli ospedali

Il gender gap non riguarda solo i pazienti, ma anche chi li cura. La sanità è uno dei settori più femminili del Paese: le donne sono il 69% del personale del Servizio sanitario nazionale, il 77,7% del personale infermieristico e, dal 2022, oltre la metà dei medici del SSN (52,5%, contro il 38,4% del 2010). Salendo verso i vertici, però, la proporzione si rovescia. Secondo il Rapporto 2025 dell’Osservatorio sull’equità di genere della leadership in sanità, promosso da Leads con l’Università di Milano, le donne sono il 23,6% dei direttori generali e poco meno del 23% dei primari. Calamai, alla guida dell’IRCCS AOM della Liguria e promotrice della community “Donne Protagoniste in Sanità”, è una delle eccezioni.

Lo stesso squilibrio si ritrova nelle buste paga. Un rapporto dell’Ufficio regionale per l’Europa dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, pubblicato a settembre 2026 su 43 Paesi tra cui l’Italia, calcola che nel settore sanitario le donne guadagnano il 19% in meno all’ora e il 28% in meno al mese rispetto agli uomini. Il divario è di circa il 2% nelle fasce di reddito più basse e sfiora il 23% in quelle più alte. In Italia, secondo i dati ENPAM sul 2023, i redditi libero-professionali delle donne medico si fermano in media a circa 50.000 euro, contro gli 80.000 dei colleghi uomini.

Un paradosso, se si guarda a un altro dato. Uno studio di Harvard pubblicato nel 2017 su JAMA Internal Medicine, condotto su oltre 1,5 milioni di ricoveri di pazienti anziani negli Stati Uniti, ha rilevato che chi era seguito da una dottoressa aveva una mortalità a 30 giorni più bassa (11,07% contro 11,49%) e meno riammissioni in ospedale. Secondo gli autori, se i medici uomini ottenessero gli stessi risultati, si eviterebbero circa 32.000 decessi l’anno. La spiegazione ipotizzata è un diverso stile di cura: maggiore aderenza alle linee guida e più attenzione alla comunicazione con il paziente. È uno studio osservazionale e non dimostra che le donne siano medici «migliori», ma dice qualcosa su quanto valore rischia di perdersi quando il talento femminile si ferma prima dei vertici.

Misurare per cambiare

Se la norma c’è ma l’applicazione è disomogenea, il primo passo è sapere dove si è arrivati. «Se c’è una cosa fondamentale che va fatta è proprio la misurazione e il monitoraggio», dice Calamai. «Spesso abbiamo le norme, che però poi vanno misurate e verificate».

È qui che entra in gioco il Barometro del Patient Engagement. Giunto alla terza edizione, nelle prime due ha coinvolto oltre 7.000 cittadini, fotografando una sanità che coinvolge ancora poco: nel 2024 il 62% degli italiani si sentiva poco o per nulla coinvolto dal proprio medico nelle decisioni sulla propria salute. Nel 2026, accanto ai moduli su ondate di calore, mobilità sanitaria, professionisti di prossimità e accessibilità digitale, arriva quello sulla salute di genere.

La differenza, rispetto ad altri strumenti, è il punto di vista. Il Barometro non si limita a scattare una fotografia dello stato dell’arte, ma chiede ai cittadini quanto conoscono la medicina di genere e come ne percepiscono l’applicazione. «Non è banale», sottolinea Calamai. «Ha una funzione di analisi del contesto, ma anche di diffusione culturale sulla popolazione».

Un invito a partecipare che arriva anche da altri componenti del board. Per Caterina Rizzo, ordinaria di Igiene all’Università di Pisa, «è importantissimo accedere al questionario online ed esprimere i propri dubbi e le proprie perplessità, in modo che la lettura di quei dati aiuti a costruire un dialogo migliore». Per Andrea Marcellusi, presidente di ISPOR Italy Rome Chapter, la prospettiva del paziente è fondamentale «perché consente sia un miglioramento della qualità di vita sia una riduzione della spesa del Servizio Sanitario Nazionale».

In fondo, è una questione di diritti. «La conoscenza e l’informazione consentono di reclamare dei diritti. Se non conosci, non puoi reclamarli», conclude Calamai. «Io dico sempre che l’istruzione e la conoscenza rendono gli uomini e le donne liberi. Una comunità informata è una comunità che può far pesare i propri diritti, pur avendo anche dei doveri».

Il questionario del Barometro del Patient Engagement 2026 è aperto a tutti i cittadini: partecipa alla ricerca

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