La clinica malese che cura il diabete con il tempo e le parole


MALESIA Kuala Lumpur

In Malesia il diabete colpisce circa un adulto su sei e oltre 200.000 rifugiati devono pagare per accedere al sistema sanitario. Qui il dottor Ravi Nadarajan, medico volontario nella clinica gratuita della ong HOPE, ha messo a punto un protocollo per combattere il diabete a costo zero.

Nel quartiere di Sentul, quadrante nord di Kuala Lumpur, ci sono un mercato, ristoranti indiani, scuole e una serie di palazzine a due piani un pò fatiscenti. In una di queste, al piano terra c’è un negozio di casalinghi e appena sopra, la Free Clinic of HOPE. È un ambulatorio gratuito, gestito dall’ong omonima, che ogni settimana accoglie chi, per un motivo o per un altro, resta ai margini del sistema sanitario malese. «Quando arrivano al dosaggio massimo, non so più cosa fare. Devo dire loro di comprare i farmaci fuori, oppure di andare in ospedale. Ma non ci vanno, perché non possono pagare».

I pazienti del dottor Ravi sono in gran parte rifugiati arrivati dal Myanmar: Rohingya scappati dal genocidio nel Rakhine, Chin, altre minoranze etniche in fuga dalla giunta. Non hanno documenti riconosciuti dallo Stato malese come titolo di soggiorno, hanno risorse economiche limitate e un accesso alla sanità pubblica che, anche per chi possiede documentazione UNHCR (l’Alto commissariato ONU per i rifugiati), resta subordinato al pagamento del 50% delle tariffe applicate agli stranieri. E molti di loro, come i malesi, hanno il diabete.

È in questo contesto che Ravi ha rimesso mano ai vecchi manuali di fisiologia. «Ho pensato: non potendo aumentare il dosaggio dei farmaci, devo trovare un modo alternativo di tenere a bada la malattia». Il protocollo che ha messo a punto non contiene niente di nuovo, dice lui stesso. Solo indicazioni note, ma che spesso non vengono messe insieme e diffuse in modo accessibile.

Cambiare stile di vita

Le linee guida pensate dal dottor Ravi si fondano su tre aspetti fondamentali.

Il primo è la dieta. Ridurre di un terzo, o della metà nei casi più severi, i carboidrati principali — riso, noodles, pane, patate – sostituendo parte del volume con proteine e verdure a basso costo: tofu, uova, legumi, ortaggi di stagione, il pollo o il pesce quando ci sono. L’obiettivo è mantenere la sazietà riducendo il carico di carboidrati del pasto e, di conseguenza, contenere i rialzi della glicemia. Ravi ha stilato una lista dei frutti da limitare, come banana molto matura, mango, durian e uva, e di quelli da preferire, come guava e papaya verde. Ingredienti semplici, economici e facili da reperire.

Il secondo punto è il digiuno notturno. Dodici ore di intervallo tra la cena e la colazione, in cui è concessa solo acqua o tè non zuccherato. È la parte del protocollo che i pazienti fanno più fatica ad accettare, spiega Ravi, perché tocca un’abitudine radicata nella cultura sudorientale: mangiare tardi, spesso dopo mezzanotte, con snack notturni. «Gli propongo una sfida di un mese», dice. «Niente latte, caffè zuccherato o teh tarik dopo le sette di sera. Solo per un mese. Poi vediamo la differenza».

La terza raccomandazione è quella che Ravi considera l’intuizione più originale, e su cui insiste maggiormente. L’exercise snack: tra i dieci e i venti minuti di esercizio a basso impatto dopo ogni pasto principale. Anche solo camminare sul posto, salire e scendere da uno scalino, sollevarsi sulle punte dei piedi. Il razionale è semplice e Ravi lo espone disegnando una curva glicemica con carta e penna: la contrazione muscolare aumenta l’assorbimento del glucosio da parte dei muscoli e, se l’attività viene svolta dopo il pasto, può attenuare il rialzo della glicemia post-prandiale. «Se ti muovi dieci minuti mentre la glicemia sta salendo, la salita si smorza».

Non è medicina alternativa. Le singole componenti del protocollo – attività fisica, alimentazione, riduzione degli zuccheri e, più in generale, interventi sullo stile di vita – hanno alle spalle una letteratura scientifica ampia. L’originalità di Ravi sta nell’averle ricomposte in un vademecum chiaro e gratuito, tradotto nelle lingue dei suoi pazienti, che manda anche su WhatsApp a chi lo contatta da fuori.

Nel suo piccolo gruppo di studio, sedici pazienti seguiti negli ultimi mesi in modo continuativo, Ravi dice di aver potuto ridurre il dosaggio dei farmaci in due o tre casi. Sta raccogliendo i dati per uno studio informale, con la consapevolezza che non si tratta di uno studio clinico controllato e che questi primi risultati non permettono ancora di stabilire l’efficacia del protocollo. Le eventuali modifiche della terapia farmacologica, spiega, vengono effettuate sulla base dell’andamento della glicemia e sotto controllo medico.

HOPE Worldwide Malaysia

La clinica in cui Ravi lavora è una delle attività storiche di HOPE Worldwide Malaysia, un’ong che opera in Malesia da ventisei anni. Katy Lee, direttrice esecutiva, racconta: «Non offriamo servizi in astratto, ma osserviamo la comunità e costruiamo a partire dai bisogni concreti». Salute e istruzione sono gli ambiti di intervento principali. Da un lato l’ambulatorio, che offre consulti e farmaci gratuiti agli adulti; dall’altro le classi doposcuola per i bambini, con corsi di inglese, robotica, informatica, sport; ma anche pacchi alimentari per le famiglie più bisognose.

Il modello, spiega Katy, non è assistenzialistico ma orientato all’uscita dalla povertà. «L’unica strada per uscire dalla povertà è l’educazione», dice. In venticinque anni la ong ha visto crescere generazioni di ragazzi e la direttrice racconta con orgoglio la storia di uno di loro: dopo essersi ammalato ed essere stato curato gratuitamente nella clinica a dieci anni, ha deciso da bambino di diventare medico «per curare i poveri come me», ha fatto volontariato nella clinica a diciotto anni, ha vinto una borsa di studio, e quest’anno si laurea in medicina.

L’emergenza nazionale

La Malesia è uno dei Paesi della regione del Pacifico Occidentale con una delle prevalenze più alte di diabete. Il National Health and Morbidity Survey del 2023 stima che il 15,6% degli adulti malesi soffra di diabete e il dato è composto da un 9,7% di adulti che sa già di avere la malattia e da un 5,9% che non ne è consapevole, quasi il 38% sul totale dei malati.

Nel 2019 il governo malese ha introdotto un’accisa sulle bevande zuccherate, inizialmente pari a 0,40 ringgit al litro per alcune categorie di bevande sopra determinate soglie di zucchero. D’altra parte, il teh tarik, il tè al latte condensato zuccherato che si prepara facendo scorrere il liquido tra due contenitori per ossigenarlo, è quasi un simbolo nazionale: lo si beve a colazione, a pranzo, a cena, nei chioschi lungo la strada.

Epidemia tra i rifugiati

Al di là delle tradizioni più radicate, in Malesia come altrove, il diabete colpisce in modo sproporzionato le minoranze vulnerabili. A fine febbraio 2026 l’UNHCR contava in Malesia circa 215.600 rifugiati e richiedenti asilo registrati, di cui 193.824 provenienti dal Myanmar, inclusi 126.144 Rohingya e 15.774 Chin.

La Malesia non ha aderito alla Convenzione di Ginevra del 1951 sui rifugiati né al Protocollo del 1967 per cui nel Paese non esiste uno status giuridico nazionale equivalente a quello previsto nei Paesi che hanno recepito la normativa internazionale.

Sul piano sanitario, la situazione è altrettanto complessa. Chi non possiede documentazione UNHCR paga la tariffa riservata agli stranieri, mentre i rifugiati registrati presso l’UNHCR possono accedere alle strutture pubbliche pagando il 50% e così, in ogni caso, accedere al sistema sanitario risulta difficilissimo per famiglie con redditi precari.

L’Health Access and Utilization Survey condotta da UNHCR nel 2022 su 718 famiglie e 1.760 persone ha rilevato che l’accessibilità economica rimaneva una barriera importante: la spesa media per le cure primarie era di 164 ringgit, mentre quella per le ospedalizzazioni arrivava in media a 5.197 ringgit. Tra le malattie non trasmissibili più comuni comparivano ipertensione, diabete e patologie muscolo-scheletriche.

Il risultato è una popolazione che, pur non essendo formalmente esclusa da ogni forma di assistenza sanitaria, deve affrontare barriere economiche e amministrative spesso insormontabili.

La terapia delle abitudini

Così, mentre in Europa e negli Stati Uniti la lifestyle medicine resta un approccio quasi di nicchia, nonostante decenni di evidenze cliniche ne attestino l’efficacia nel diabete di tipo 2, l’esperienza di Ravi diventa il simbolo di una medicina accessibile, che non sostituisce i farmaci, ma cura, per prima cosa, con il tempo, le parole e le abitudini.

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