Niolu: «Per prevenire la depressione perinatale, screening dal primo trimestre con il nuovo Piano Nazionale»
Il nuovo Piano d’Azione Nazionale 2025-2030 introduce misure innovative per la tutela della salute mentale di neo e future mamme. Ne parliamo con la professoressa Cinzia Niolu, professore ordinario di Psichiatria e direttore UOC Psichiatria e Psicologia Clinica, all’Università degli Studi di Roma Tor Vergata e membro del Tavolo Tecnico sulla Salute Mentale del Ministero della Salute.
A tre mesi dalla presentazione della prima bozza, mentre il mondo celebra la Giornata della salute mentale del 10 ottobre, il nuovo Piano d’Azione Nazionale per la Salute Mentale 2025-2030 sembra pronto per l’approvazione da parte di Stato e Regioni. Tra le novità più significative, un’attenzione particolare alla fase perinatale, fino ad oggi spesso fuori dai radar delle istituzioni sanitarie e non. La questione è stata affrontata, nell’ambito del tavolo tecnico incaricato di redigere il Piano, da un gruppo di lavoro specializzato nei disturbi psichiatrici che colpiscono le donne durante e dopo la gravidanza.
Salute mentale: un tavolo di lavoro dedicato
«Per la prima volta il Ministero della Salute ha costituito un gruppo di lavoro specifico e multidisciplinare sulla salute mentale perinatale», ha spiegato la professoressa Cinzia Niolu nel corso dell’evento al Ministero della Salute: “Verso una nuova cultura della salute mentale: un percorso di consapevolezza e inclusione sociale”. L’obbiettivo del Piano, del resto, è quello di promuovere una nuova cultura bio-psico-sociale della salute mentale, tramite, ad esempio, l’introduzione dello psicologo territoriale, il rafforzamento dei modelli integrati e l’adozione del principio “One Mental Health”.
Depressione perinatale: 1 caso su 4 non diagnosticato. Fondamentale un intervento precoce
«Il tasso di depressione perinatale non diagnosticata nella popolazione generale, che quindi non soffre già di disturbi psichiatrici, si aggira intorno al 25%», ha proseguito la psichiatra, membro del tavolo tecnico incaricato di redigere il Piano. «I disturbi più frequenti sono la depressione, i disturbi d’ansia e quelli dello spettro traumatico, particolarmente comuni in donne che hanno subito traumi nell’infanzia».
Le conseguenze possono essere estremamente gravi sia per la madre che per il bambino: «Il tasso di suicidio nelle depressioni perinatali è più alto che nella depressione in generale», sottolinea Niolu.
Per il feto, l’impatto è altrettanto significativo. «Il bambino comincia a vivere in un ambiente con un livello di neuroinfiammazione molto alto», spiega la psichiatra. L’esposizione a citochine infiammatorie e cortisolo elevato può compromettere lo sviluppo cerebrale e metabolico, aumentando il rischio di disturbi del neurosviluppo come autismo e ADHD, oltre a problemi metabolici come il diabete infantile.
Sul piano ostetrico, inoltre, possono verificarsi complicanze come il parto pretermine, con tutte le conseguenze per un neonato che non ha completato lo sviluppo intrauterino.
La proposta centrale del documento elaborato dal gruppo di lavoro è l’introduzione di uno screening precoce a partire dal primo trimestre di gravidanza. «Attualmente, quando va bene, lo screening viene fatto al terzo trimestre, ma più che altro si interviene quando la madre mostra già segni di disagio psichico importanti», evidenzia la professoressa Niolu.
Il problema, quindi, è che spesso si agisce troppo tardi. «Se si interviene al terzo trimestre, il bambino è già formato e questo genere di problemi ormai ha influito negativamente sul suo sviluppo», precisa l’esperta.
Lo screening psichiatrico di routine
«Abbiamo proposto che lo screening entri a far parte degli esami standard della gravidanza», afferma Niolu. «La donna fa indagini genetiche, esami di vario tipo: perché tagliare fuori la salute mentale?»
Un approccio, insomma, che, nell’ottica One Mental Health adottata dal PANSM, mira a superare lo stigma. «Se dici a una madre “deve andare dallo psichiatra”, spesso non ci va. Se invece lo screening entra a far parte degli esami di routine, è tutta un’altra cosa e lo fa perché lo fanno tutti, perché si deve fare».
Salute mentale: un approccio interdisciplinare
Tra i punti forti della proposta, l’interdisciplinarietà: il gruppo di lavoro riunisce psichiatri, ginecologi, ostetrici, psicologi, pediatri e neuropsichiatri infantili che collaborano insieme all’Istituto Superiore di Sanità. «Fino ad oggi, molti interventi in questo campo sono stati portati avanti su base volontaristica, come l’osservatorio italiano che coinvolge numerosi professionisti del settore, ma siamo interessati a diverso livello e dobbiamo agire in maniera coerente per identificare precocemente il fenomeno», sottolinea la professoressa.
Con l’approvazione del Piano d’Azione Nazionale, si punta a una collaborazione sistemica tra esperti, che renda la tutela della salute mentale parte integrante dell’assistenza perinatale, oltre lo stigma del disagio psichico e verso una nuova cultura del benessere, per le generazioni presenti e future.
