Rubrica Virale

Capacità, collaborazione, comunicazione: la regola delle 3C per la gestione delle prossime emergenze sanitarie


Una cabina di regia mentre utilizza la regola delle 3C per la gestione delle emergenze sanitarie. Foto realizzata con AI mediante prompt creativo a cura della redazione.

Dal nuovo studio internazionale sulle criticità comunicative vissute durante la pandemia da COVID-19, all’implementazione del primo Piano nazionale di comunicazione del rischio pandemico in Italia: la mappa degli ostacoli e il cantiere della prevenzione

Esiste una tentazione sottile, ma estremamente pericolosa, che contagia le istituzioni al termine di ogni grande tempesta: il desiderio di voltare pagina il prima possibile, archiviando l’emergenza come una parentesi dolorosa ed eccezionale da dimenticare. Nella gestione della salute pubblica, tuttavia, la rimozione equivale a una condotta di puro rischio. Le crisi non vanno rimosse; vanno studiate, sezionate e comprese.

Riconoscere con trasparenza quello che non ha funzionato non significa distribuire colpe col senno di poi, bensì valorizzare e consolidare gli intuiti riusciti, correggere i meccanismi che si sono inceppati e trasformare l’esperienza vissuta sul campo in un’infrastruttura di prevenzione e resilienza per il futuro.

È proprio questo il presupposto concettuale al centro di un importante studio internazionale firmato da tre studiosi attivi rispettivamente in Germania, Norvegia e USA, Pauline Gidget Estella, Audra R. Diers-Lawson e Timothy Sellnow, recentemente pubblicato sul Journal of Communication Management. Attraverso 60 approfondite interviste condotte con alti dirigenti di governo, responsabili di sanità pubblica e comunicatori istituzionali in sei Paesi guida (Italia, Paesi Bassi, Spagna, Svezia, Regno Unito e Stati Uniti), la ricerca compone una mappa empirica senza precedenti sulle sfide comunicative affrontate durante la pandemia di COVID-19. 

Le crisi prolungate e i 7 ostacoli universali

La prima discontinuità teorica evidenziata dallo studio è il definitivo superamento della nozione classica di “crisi basata sull’evento” (come un terremoto o un disastro industriale). Il COVID-19 è stato il prototipo delle prolonged crises (crisi prolungate): emergenze transfrontaliere e sistemiche che si estendono per mesi o anni, sovrapponendosi a dinamiche economiche, sociali e politiche, e imponendo uno sforzo comunicativo continuativo in un contesto di evidenze scientifiche “in divenire”. 

L’aspetto più sorprendente emerso dalla comparazione internazionale è l’estrema omogeneità dei problemi: nonostante le marcate differenze tra i sistemi mediatici, i livelli di accentramento statale e le culture del rischio dei sei Paesi analizzati, i comunicatori pubblici hanno condiviso sette criticità strutturali trasversali, riassunte in quattro domini fondamentali: 

  1. Incertezza scientifica ed evoluzione delle evidenze – La difficoltà nel comunicare un rischio epidemiologico in continuo mutamento, bilanciando la trasparenza sui limiti della conoscenza con la necessità di offrire indicazioni chiare ai cittadini. 
  2. Inadeguatezza dei piani e dei manuali preesistenti – L’assenza di modelli d’azione pensati per sostenere campagne comunicative su un arco temporale lungo, con conseguente ed estenuante sovraccarico del personale. 
  3. Frizioni di coordinamento inter-istituzionale – La rigidità dei mandati delle agenzie sanitarie e il disallineamento nei messaggi tra governi centrali, regioni ed enti locali. 
  4. Ambiente comunicativo polarizzato e infodemia – La capillare diffusione di disinformazione e la crescita di un clima di sfiducia nell’opinione pubblica, spesso esacerbato da una copertura mediatica più orientata alla polemica politica che alla decodifica dei dati scientifici. 

Il caso Italia: le specificità di una sfida complessa

Nel contesto italiano — analizzato nello studio attraverso le testimonianze di attori chiave del Ministero della Salute, dell’Istituto Superiore di Sanità, delle Regioni e dei Comuni — sono emersi nodi critici ben noti a chi ha vissuto la gestione della pandemia dal di dentro. Tra questi spiccano la poca rilevanza assegnata alla comunicazione nei piani operativi preesistenti, la rigidità dei meccanismi e dei finanziamenti per strumentazioni e risorse umane, una carenza di competenze specialistiche in crisis communication nella PA e le frizioni della dialettica Stato-Regioni. 

I rappresentanti italiani hanno inoltre evidenziato una criticità diffusa anche in altri Paesi nel rapporto con i media tradizionali che, spesso poco preparata sul piano scientifico, ha finito per trasformare la cronaca sanitaria in un’arena di scontro politico, offuscando la chiarezza dei messaggi di sanità pubblica. 

La svolta italiana: dal piano di comunicazione pandemica alla manualistica di settore

È proprio a questo punto che lo studio di Pauline Estella e colleghi si salda in modo profondo con l’esperienza pionieristica maturata nel nostro Paese. Le evidenze internazionali raccolte nel paper trovano infatti un riscontro diretto e programmatico nel primo Piano nazionale di comunicazione del rischio pandemico approvato in Italia — una svolta metodologica nata proprio per superare la stagione della reattività contingente —, le cui basi scientifiche e operative sono state ampiamente analizzate e sviluppate nel volume “La comunicazione nelle emergenze sanitarie. Gestione dell’infodemia e contrasto alla disinformazione come strumenti di sanità pubblica” (Pensiero Scientifico Editore)

Il confronto tra la ricerca internazionale e le raccomandazioni codificate nel Piano italiano e nel libro rivela una straordinaria convergenza strategica:

  • Dalla reazione alla preparazione (“tempo di pace”): Lo studio evidenzia come i piani tradizionali abbiano fallito perché meramente reattivi; il Piano e il libro sostengono l’esigenza di istituzionalizzare la comunicazione di crisi come funzione permanente di sanità pubblica, strutturando Unità dedicate e percorsi formativi per i decision maker ben prima che la crisi esploda. 
  • La gestione trasparente dell’incertezza: L’indagine internazionale dimostra che le promesse di certezza dogmatica crollano di fronte all’evoluzione del virus; la strategia italiana promuove la trasparenza radicale, spiegando al pubblico il metodo scientifico “in divenire” e la motivazione razionale che guida i cambiamenti di direttiva. 
  • L’Infodemic Management come pilastro di sanità pubblica: La disinformazione non è un dettaglio di colore ma una minaccia alla salute collettiva. Nel libro e nel Piano italiano, l’ascolto sociale (societal listening) e le tecniche di prebunking (sfatare le bufale in anticipo) vengono formalizzati come strumenti di prevenzione primaria. 
  • Formazione dei media e alfabetizzazione scientifica: Lo studio sottolinea la necessità di formare i giornalisti alla comunicazione della scienza; una raccomandazione centrale nel testo del 2022, che propone percorsi obbligatori per comunicatori pubblici e iniziative di health & media literacy per la popolazione.

Il Modello C3: una roadmap per la governance del futuro

In conclusione, lo studio del Journal of Communication Management propone il Framework C3 (Capacity, Collaboration, Communication), che sintetizza la lezione delle crisi prolungate in tre pilastri d’azione:

Rafforzare la CAPACITÀ Interna (Capacity):

  • Creare unità permanenti di comunicazione di crisi integrando competenze di scienze comportamentali (behavioral science). 
  • Predisporre schemi di finanziamento dinamici e flessibili per spostare risorse in tempo reale. 
  • Garantire la formazione continua sulla comunicazione del rischio per politici, decision maker ed esecutivi della sanità. 
  • Definire quadri giuridici e normativi chiari per evitare sovrapposizioni e conflitti di competenze tra livello centrale e locale durante le emergenze. 

Favorire la COLLABORAZIONE (Collaboration):

  • Costruire relazioni con la popolazione e le comunità vulnerabili in “tempo di pace” (peacetime), ben prima dell’insorgere di un’emergenza. 
  • Creare protocolli di coordinamento internazionale e trasfrontaliero per evitare che Paesi confinanti forniscano messaggi o politiche scientifiche contraddittorie. 
  • Investire in programmi di formazione per giornalisti e operatori dei media, per abituarli a decodificare dati epidemiologici e incertezze scientifiche. 

Innovare la COMUNICAZIONE e la Gestione dell’Incertezza (Communication):

  • Promuovere l’alfabetizzazione scientifica e informativa (information literacy) nella popolazione, inserendola nei curricula scolastici fin dalla scuola primaria. 
  • Comunicare l’incertezza con trasparenza e onestà: Evitare promesse irrealistiche o certezze assolute; spiegare apertamente ciò che è noto, ciò che non lo è ancora e le motivazioni scientifiche alla base dei cambiamenti di rotta o di policy. 
  • Implementare l’Ascolto Sociale (Societal Listening): Monitorare costantemente dubbi, preoccupazioni e rumor della popolazione per adeguare tempestivamente le strategie comunicative. 
  • Ricorrere a narrazioni (storytelling) ed elementi emotivi/empatici per mantenere elevato il coinvolgimento e l’adesione della cittadinanza nel lungo periodo. 

L’Eredità della Memoria

Lo studio internazionale e le esperienze codificate nel panorama italiano ci consegnano una lezione chiara: la comunicazione nelle emergenze sanitarie non è un ornamento di pubbliche relazioni, ma una vera e propria misura salvavita di sanità pubblica. Le crisi prolungate torneranno — siano esse pandemiche, climatiche (questa estate forse ci ha finalmente fatto capire cosa vuol dire il riscaldamento globale) o geopolitiche. L’unico modo per non farsi cogliere impreparati è smettere di considerarle un imprevisto da gestire a vista, trasformando la memoria delle criticità passate in una competenza istituzionale permanente, misurabile e continuamente aggiornata. 

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Tipo di revisione: Editoriale

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