L’arte come cura: una terapia che passa per musei, parchi e teatri

Londra, 1938. L’artista Adrian Hill giace in un letto del sanatorio di Midhurst, consumato dalla tubercolosi e dalla noia. Per ingannare il tempo dipinge e riflette: sente che l’arte lo aiuta a entrare in contatto con il proprio spirito, al momento più forte del corpo, e che, in qualche modo, dipingere accelera il suo processo di guarigione.  Hill non è solo un paziente, ma il pioniere dell’arteterapia, termine che conierà nel 1942.  

Fondato sull’espressione artistica, oggi l’approccio terapeutico individuato da Hill è declinato in un ampio numero di pratiche, applicato in ambito psichiatrico e neuropsicologico, ma anche geriatrico e riabilitativo. Nonostante ciò, carente, almeno in Italia, di un inquadramento clinico strutturato.

Da qui la proposta partita dal Ministero della Cultura con il convegno “La prescrizione dell’arte che cura”: strutturare e normare a livello centrale le pratiche terapeutiche legate all’arte già attive in Italia e all’estero, trasformandole in politiche pubbliche intersettoriali fondate su evidenze scientifiche.

Nel corso dell’evento, esperti del mondo culturale, medico-scientifico ed economico si sono confrontati su metodologie, progetti e prospettive, mettendo in luce l’impatto positivo della fruizione artistica sulla salute individuale e collettiva, con l’obbiettivo di istituzionalizzare un modello integrato di “prescrizione culturale”, in linea con le evidenze scientifiche emerse dal Rapporto OMS 2019.

I dati raccolti dall’Organizzazione Mondiale della Sanità mettono in luce gli effetti positivi delle arti su prevenzione, gestione e trattamento di diverse patologie con risultati comprovati per quanto riguarda riduzione dello stress, miglioramento delle competenze relazionali nei contesti sanitari, trattamento delle demenze, sostegno nei casi di malattie croniche e assistenza in fase terminale.

Non è un caso che Massimo Osanna, Direttore generale Musei del MiC e Professore ordinario di Archeologia classica alla Federico II di Napoli, abbia ribadito l’importanza di rendere il museo un “presidio civico di salute”.

Un esempio concreto di integrazione fra patrimonio e salute è “Salus per Artem”, programma del Parco archeologico del Colosseo curato da Andrea Schiappelli, Dottore di Ricerca in Archeologia Protostoria, rivolto a pubblici con fragilità fisiche, cognitive e socio-economiche. Il progetto si fonda sulla collaborazione con le associazioni territoriali, e sfrutta la forza evocativa dei luoghi archeologici come stimolo cognitivo e relazionale.

Mentre il MAPP – Museo d’Arte Paolo Pini, nato dalla riconversione dell’ex ospedale psichiatrico di Milano e diretto dalla psichiatra Teresa Melorio, in collaborazione con la Regione Lombardia per la definizione di indicatori e protocolli di arteterapia, rappresenta uno dei casi italiani più avanzati di utilizzo dell’arte nei percorsi di salute mentale.

Tra le esperienze più innovative spicca il progetto HuGO – Oncologia a Guida Umanistica, presentato dal prof. Vincenzo Valentini, direttore del Centro di Eccellenza di Oncologia e Diagnostica per Immagini dell’Ospedale Isola Tiberina – Gemelli, che integra esperienze artistiche nel percorso terapeutico dei pazienti oncologici. Il progetto adotta una metodologia scientifica rigorosa, con profilazioni antropologiche e analisi interdisciplinari, per valorizzare l’impatto della bellezza sulla salute.

Dal Canada alla Scandinavia, dal Regno Unito all’Italia, il modello della “prescrizione culturale” si sta affermando come prassi efficace. In Inghilterra, ad esempio, racconta Giampaolo Martinelli, medico e consulente anestesista cardiotoracico presso l’Ospedale St. Bartholomew’s di Londra, si sono registrate riduzioni fino al 42% delle consultazioni di medicina generale e significative diminuzioni delle ammissioni in pronto soccorso tra i pazienti coinvolti in programmi di social prescribing, quindi impegnati, da piano terapeutico, in attività artistiche, musicali o di volontariato.

Secondo le intenzioni espresse dal Sottosegretario alla Cultura Lucia Borgonzoni, l’obiettivo è costruire un impianto metodologico scientifico rigoroso, partendo da due misure imminenti: un accordo in Conferenza Stato-Regioni per consentire l’accesso gratuito ai siti culturali statali su prescrizione medica per persone affette da patologie neurodegenerative, e una collaborazione con l’ISTAT per inserire nuovi quesiti sul benessere nei censimenti museali triennali.

Infine, si punta sulla formazione: emergono nuove figure professionali da affiancare a medici e archeologi – come psicologi, terapisti, sociologi – e la necessità di formare personale specializzato capace di operare in contesti ibridi tra cultura e salute.

In un’Italia che custodisce un patrimonio artistico culturale senza pari, un simile cambio di paradigma si propone non solo di curare, ma anche di educare e includere, facendo della bellezza un diritto terapeutico accessibile a tutti.

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