Parkinson, ne soffrono 300mila italiani (anche giovani). I segnali da riconoscere


Foto di una persona anziana, appoggiata su un bastone, affetta da Parkinson

La malattia di Parkinson, anche conosciuta come morbo di Parkinson, è un disturbo motorio degenerativo e progressivo. Classificata come malattia cerebrale, il morbo è causato dalla morte dei neuroni dopaminergici con conseguente deprivazione della dopamina, il neurotrasmettitore che consente il controllo dei movimenti. Dopo la malattia di Alzheimer, quella di Parkinson è la malattia neurodegenerativa più diffusa con circa 300mila persone affette dal morbo in Italia, secondo i dati più recenti diffusi dall’Istituto superiore di Sanità.

La malattia di Parkinson è tornata a destare curiosità dopo l’intervista del senatore del Partito Democratico, Dario Franceschini, in cui parla della diagnosi arrivata nel 2020 e della convivenza con la malattia. I principali segni del Parkinson sono rigidità muscolare che si manifesta con resistenza ai movimenti passivi, tremore che insorge durante lo stato di riposo e può aumentare in caso di stato di ansia e bradicinesia, rallentamento anomalo dei movimenti volontari e dalla difficoltà a iniziare un’azione. Questi sintomi si risolvono poi in disturbi dell’equilibrio, andatura impacciata e postura curva. Altri sintomi possono essere depressione e lentezza nel parlare.

Il Parkinson non colpisce solo gli anziani

Un paziente su quattro, infatti, presenta l’esordio della malattia prima dei 50 anni. Lo ricorda Fabrizio Stocchi, responsabile del Centro Parkinson, parkinsonismi e disturbi del movimento dell’Irccs San Raffaele di Roma e ordinario di Neurologia all’Università Telematica San Raffaele, secondo il quale la scelta dell’ex ministro Dario Franceschini di rendere pubblica la sua malattia «è importante anche per superare lo stigma che ancora oggi può accompagnare il Parkinson».

Tra le patologie neurodegenerative il Parkinson è quella che è aumentata di più. «I casi sono raddoppiati negli ultimi 15 anni e si stima un ulteriore aumento nei prossimi 15». L’aumento dei casi, sottolinea il neurologo, «non può essere spiegato soltanto con l’allungamento della vita media, perché a crescere sono anche le diagnosi nelle persone tra i 40 e i 50 anni». La sfida per la ricerca è riuscire a intervenire sui meccanismi biologici coinvolti nella progressione della malattia. «Oggi – aggiunge Stocchi – disponiamo di terapie sintomatiche, a partire dalla levodopa, che funzionano molto bene soprattutto nelle prime fasi. Con il progredire della malattia, però, possono comparire complicanze motorie, come i fenomeni “on-off”, con alternanza durante la giornata di periodi di buona e ridotta risposta alla terapia, e le discinesie, cioè movimenti involontari. Per questo la ricerca sta lavorando a trattamenti che possano non soltanto controllare i sintomi, ma rallentarne il decorso».

I 5 segnali precoci da riconoscere

Non ci sono solo i tremori e la rigidità muscolare tra i principali campanelli d’allarme individuati dagli esperti per riconoscere precocemente la malattia. La Società Italiana Parkinson e disordini del movimento Limpe‑Dismov ha individuato 5 disturbi da non ignorare.

  1. Disturbi del sonno con sogni molto vividi, agitati o “movimentati”;
  2. Perdita dell’olfatto. Una riduzione significativa della capacità di percepire odori è un sintomo iniziale frequente;
  3. Stitichezza persistente. Alterazioni gastrointestinali possono comparire molti anni prima dei sintomi motori;
  4. Tremore, rigidità o movimenti più lenti. Anche piccoli cambiamenti nei movimenti quotidiani meritano attenzione;
  5. Scrittura più piccola o voce più debole. Micrografia e diminuzione del volume della voce possono rappresentare segnali precoci.

Le nuove scoperte scientifiche

Una nuova funzione della proteina Lrrk2 nel regolare le connessioni tra le cellule nervose aiuterà a far luce sui primissimi meccanismi cellulari che si innescano nel cervello prima ancora che si manifestino i sintomi della malattia di Parkinson. E’ questa la scoperta al centro dello studio dal titolo “Lrrk2 regulates synaptic function through modulation of actin cytoskeletal dynamics” pubblicato su ‘eLife’ che vede come prima autrice Giulia Tombesi e il coordinamento scientifico di Elisa Greggio, docente di Fisiologia al Dipartimento di Biologia dell’Università di Padova.

La proteina Lrrk2 è da tempo una ‘sorvegliata speciale’ nella lotta al Parkinson: le mutazioni del gene che la produce costituiscono infatti una delle cause ereditarie più frequenti della patologia. Inoltre, un’anomala attività di questa proteina è stata riscontrata anche nelle forme ‘sporadiche’ della malattia, cioè quelle che si sviluppano senza una familiarità genetica. Per gli scienziati, chiarire cosa faccia Lrrk2 in condizioni di normalità all’interno delle cellule nervose è un passaggio cruciale. Lo studio ha dimostrato che Lrrk2 gioca un ruolo di primissimo piano nel preservare l’architettura e il corretto funzionamento delle sinapsi, ovvero i sottilissimi punti di contatto attraverso i quali i neuroni comunicano e si scambiano informazioni. In particolare, il team di ricerca ha scoperto un legame diretto tra Lrrk2, la risposta al Bdnf – un fattore neurotrofico, ossia una piccola proteina che stimola la sopravvivenza e la crescita dei neuroni – e la gestione del citoscheletro di actina. Quest’ultimo non è altro che l’impalcatura interna della cellula: una struttura dinamica e flessibile indispensabile per far cambiare forma ai neuroni e garantire la plasticità sinaptica, ovvero la capacità dei contatti nervosi di rafforzarsi o modificarsi in base agli stimoli. «Capire cosa accade prima che un neurone degeneri  – Elisa Greggio, docente di Fisiologia al Dipartimento di Biologia dell’Università di Padova – spiega è fondamentale se vogliamo individuare meccanismi sui quali intervenire nelle fasi più precoci, e idealmente reversibili, della malattia».

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