Coinvolgere la comunità per gestire l’infodemia e contrastare la disinformazione: facile a dirsi, difficile a farsi…

di Cesare Buquicchio e Diana Romersi
In un’epoca in cui la disinformazione viaggia sei volte più velocemente delle notizie vere, ci siamo chiesti spesso quale sia la cura. Fact-checking? Algoritmi più severi per social network e motori di ricerca? Forse. Ma la verità è più profonda: la disinformazione prolifera dove c’è un vuoto di fiducia tra istituzioni e cittadini.
Per rendere una comunità resiliente ai veleni mediatici, non basta informarla; bisogna coinvolgerla. Lo dicono e lo ripetono manuali e pubblicazioni scientifiche, il “Community Engagement” (CE), o coinvolgimento della comunità, non è solo un’attività accessoria o un vezzo democratico: è una risorsa strategica che trasforma i residenti da spettatori passivi (e spesso sospettosi nei confronti delle loro istituzioni) in attori consapevoli della vita pubblica, resistenti e resilienti di fronte al qualunquismo e alle narrative distorte. È, inoltre, la base di ogni strategia di comunicazione del rischio in emergenza (ERC) e di gestione dell’infodemia (IM).
IL POTERE DEL COINVOLGIMENTO: OLTRE IL “SENTITO DIRE”
Perché il community engagement è l’arma segreta contro la disinformazione? La risposta risiede nella trasparenza. Quando un cittadino partecipa attivamente al processo decisionale del proprio Comune o di un ente, quando è chiamato a costruire i messaggi di comunicazione, vede “sotto il cofano” della macchina amministrativa.
Quali benefici tangibili porta un coinvolgimento ben fatto?
- Risparmio di risorse: Evita di investire in progetti che la comunità non vuole o non capisce.
- Consenso su temi caldi: Quando le decisioni sono prese insieme, anche i temi più divisivi, quelli dove la discussione si polarizza e la disinformazione viene usata strumentalmente (come la gestione di una emergenza, delle politiche sanitarie, nuovi piani urbanistici o le regole sullo smaltimento dei rifiuti), trovano una base di legittimità che le fake news non possono scalfire facilmente.
- Trasparenza e Fiducia: Il segreto è rendere chiare e comprensibili le scelte istituzionali. Se capisco perché viene presa una decisione, quali sono le variabili in gioco, sono meno propenso a credere a un post complottista sui social.
- Resilienza e resistenza: Se si raggiunge un adeguato livello di fiducia sarà più semplice trasmettere ai cittadini competenze sui meccanismi della disinformazione, aumentare l’alfabetizzazione mediatica e costruire strategie di “prebunking” che li rendano resilienti e resistenti di fronte al disordine informativo e all’infodemia.
NON È TUTTO ORO QUEL CHE LUCCICA: LIMITI E SFIDE
Coinvolgere non è una passeggiata. Gli esperti su questo sono molto onesti: per fare engagement serve capacità. Molte amministrazioni falliscono perché sottovalutano lo sforzo necessario. I limiti principali includono:
- Mancanza di budget e personale: Non si può fare engagement serio nei ritagli di tempo. Serve personale dedicato e risorse economiche.
- La trappola del “solito pubblico”: Spesso partecipano solo i cittadini più rumorosi o quelli già informati. La vera sfida è raggiungere la “maggioranza silenziosa” e le comunità marginalizzate.
- Aspettative disattese: Se chiedi un parere e poi lo ignori senza spiegare il perché, crei più cinismo di quello che volevi combattere.
GUIDA PRATICA: TRUCCHI E SUGGERIMENTI
Ecco alcuni elementi di base per passare dalla teoria alla pratica:
1. Conosci il tuo pubblico (assessment esterno) Non puoi coinvolgere chi non conosci. Chiediti: chi vive nel quartiere? Chi devo raggiungere? Quali sono le barriere linguistiche o digitali? Qual è la storia della partecipazione in quella zona o su quel tema? Se in passato i cittadini sono stati delusi, dovrai faticare il doppio per ricostruire la fiducia.
2. Guarda allo specchio la tua organizzazione (assessment interno) Hai il supporto dei vertici? Lo staff ha le competenze digitali necessarie? Ho già una base di attività efficiente da cui partire? È fondamentale mappare le proprie risorse prima di lanciare qualsiasi consultazione o progetti di community engagement. L’entusiasmo senza organizzazione produce caos.
3. Definisci lo scopo (il “perché”) I cittadini non partecipano “per sport”. Lo fanno se sentono che il loro contributo avrà un impatto. Devi essere chiarissimo:
- Perché stiamo chiedendo il vostro parere?
- Cosa faremo con i risultati?
- Quanto potere decisionale hanno effettivamente i cittadini? (È una consultazione o una co-progettazione?)
4. Chiudi il cerchio (feedback loop) Questo è il “trucco” più importante: la restituzione. Se un cittadino dedica 20 minuti a rispondere a un sondaggio, ha il diritto di sapere come è andata a finire. Mostrare come i contributi della comunità hanno influenzato la decisione finale è il modo più potente per generare consapevolezza e voglia di partecipare ancora.
ECCO L’EDUCAZIONE CIVICA 2.0
In ultima analisi, il community engagement è una forma di palestra democratica. Un cittadino coinvolto è un cittadino che impara a distinguere tra un vincolo di bilancio reale e una promessa elettorale vuota. È un cittadino che sviluppa pensiero critico perché vede la complessità del bene comune.
Per sconfiggere la disinformazione non servono solo leggi più severe, ma comunità più connesse. Dobbiamo smettere di trattare i cittadini come “clienti” di servizi pubblici e iniziare a considerarli come “soci” di un progetto collettivo. Solo così la voglia di partecipare supererà la pigrizia di un “mi piace” su una notizia falsa.
