Medici, istituzioni e terzo settore uniti per portare screening gratuiti dove lo Stato non arriva. Nel 2026 tornano le “Domeniche del Cuore” con medici di famiglia e infettivologi in piazza
Hanno l’HIV ma non lo sanno. Soffrono di epatiti virali che silenziosamente distruggono il fegato. Convivono con tubercolosi latente o cuori compromessi, senza mai aver ricevuto una diagnosi. Senza fissa dimora, migranti, detenuti, persone con dipendenze, in migliaia, scivolati ai margini della società, restano esclusi dall’accesso alle cure.
È l’allarme lanciato durante il convegno “Dignitas Curae: per un nuovo Umanesimo nella Ricerca”, promosso dalla Fondazione Dignitas Curae con l’organizzazione di Aristea International presso l’Università Guglielmo Marconi di Roma, che ha riunito medici, istituzioni e terzo settore per affrontare un paradosso drammatico: nonostante il sistema sanitario italiano sia pubblico e universalistico, esiste un’ampia fascia di popolazione a cui è preclusa la diagnosi delle patologie più gravi.
Quando la terapia esiste ma non arriva
«Oggi disponiamo di trattamenti capaci di guarire l’epatite C, controllare efficacemente le epatiti B e Delta, mentre possiamo trasformare l’HIV in una condizione cronica non trasmissibile», spiega il professor Massimo Andreoni, direttore scientifico della Società Italiana di Malattie Infettive e Tropicali (SIMIT) e membro del Consiglio Superiore di Sanità. «Eppure continuiamo a riscontrare diagnosi tardive, con numerose difficoltà a far emergere infezioni che possono rimanere a lungo latenti prima di manifestare gli effetti più nefasti».
Il risultato? Le epatiti virali conducono a cirrosi ed epatocarcinoma. L’HIV evolve in AIDS, indebolendo progressivamente il sistema immunitario fino a rendere l’organismo vulnerabile a infezioni e tumori. Malattie che potrebbero essere gestite, o addirittura guarite, si presentano invece in fase avanzata, quando è troppo tardi.
«Il problema è raggiungere chi non arriva ai servizi», insiste Andreoni. «Servono screening gratuiti e diffusi».
I medici scendono in strada
È proprio questo l’approccio delle “Domeniche del Cuore”, l’iniziativa della Fondazione Dignitas Curae che nel 2026 tornerà con un programma ampliato: non solo cardiologi, ma anche medici di famiglia della SIMG (Società Italiana di Medicina Generale e delle Cure Primarie) e infettivologi della SIMIT porteranno competenze e apparecchiature direttamente nei luoghi della marginalità.
«Ogni volta intercettiamo persone con patologie cardiache gravi che ignoravano di averle, perché povertà e isolamento impediscono anche solo di farsi visitare», racconta il professor Massimo Massetti, direttore dell’Area Cardiovascolare e Cardiochirurgia della Fondazione Policlinico Gemelli di Roma. «Per questo continuiamo a scendere in strada: nel 2026 aumenteremo le tappe, a Roma e in altre città».
Le priorità per il futuro
Il convegno, che ha visto la partecipazione del Cardinale Matteo Maria Zuppi, presidente della Conferenza Episcopale Italiana, di parlamentari di maggioranza e opposizione e di rappresentanti del Ministero della Salute, ha delineato le priorità: ampliamento degli screening territoriali per HIV, epatiti, tubercolosi e patologie cardiovascolari; potenziamento di ambulatori solidali e interventi mobili; rafforzamento della cooperazione tra Servizio Sanitario Nazionale, volontariato e terzo settore; maggiore impegno per superare stigma e barriere culturali.
Il progetto si inserisce nel solco del Manifesto per la Dignitas Curae, documento firmato anche da Papa Francesco, dal Presidente della Repubblica Sergio Mattarella e dal Ministro della Salute Orazio Schillaci, che propone una ri-umanizzazione della medicina capace di porre al centro la persona a livello fisico, emotivo e sociale.
La sfida resta aperta: trasformare l’esperienza maturata in un sistema strutturale capace di garantire che nessuno, nemmeno chi vive ai margini, resti escluso dal diritto fondamentale alla salute. Perché la prevenzione salva la vita solo se riesce a raggiungere chi oggi è invisibile ai servizi.