
di Cesare Buquicchio e Diana Romersi
Non è solo la disinformazione ad allontanare le persone dai corretti comportamenti di salute. O almeno, la disinformazione è ormai il grande elefante nella stanza del web, ma sotto di esso si nascondono tantissimi “topolini” che rosicchiano indisturbati la fiducia dei cittadini nelle più basilari indicazioni mediche.
Questi “topolini” si chiamano vuoti informativi (data voids) e non sono altro che la mancanza di informazioni o la loro difficile reperibilità su canali ufficiali e sicuri.
Nonostante le più fantasiose teorie complottiste siano diventate oggetto di cronaca, queste false narrazioni hanno spesso un pubblico ridotto. A fare la differenza nel quotidiano è la difficoltà di accedere a informazioni semplici: la loro irreperibilità scoraggia il cittadino dall’accedere a cure e prescrizioni, lasciandolo solo davanti ai propri dubbi.
Le conseguenze dei vuoti informativi
Per fare un esempio concreto, durante le campagne per la vaccinazione antinfluenzale, le domande più frequenti riguardano spesso aspetti pratici e logistici:
- Il vaccino è gratuito?
- Quando è il periodo migliore per vaccinarsi?
- Come si prenota nella mia Regione?
- Perché dobbiamo vaccinarci ogni anno?
Vuoti informativi simili sono stati rilevati anche in occasione degli aumenti di casi di mpox, dengue e morbillo. Quando mancano risposte efficaci a queste domande, la conseguenza non è solo il mancato accesso ai servizi, bensì lo sgretolamento della fiducia nelle istituzioni sanitarie. Il cittadino, non trovando risposte istituzionali, finisce inevitabilmente per esporsi a misinformazione e disinformazione.
L’illusione della verità: lo studio su Nature
Uno studio pubblicato su Nature ha rilevato un paradosso inquietante: quando le persone utilizzano Google per valutare l’accuratezza di notizie inaccurate, finiscono per fidarsi di più di quelle notizie.
Perché accade? I tentativi di ricerca aumentano la probabilità che l’algoritmo mostri fonti a sostegno dell’informazione errata (spesso le uniche che usano quelle specifiche parole chiave), innescando l’illusione della verità: un meccanismo cognitivo per cui un’affermazione ripetuta viene percepita come vera.

Nell’esperimento, i partecipanti hanno cercato conferme a tesi infondate sulla pandemia da COVID-19 (come la “carestia progettata”). Inserendo termini specifici usati dalle fonti complottiste, si sono imbattuti esclusivamente in siti che riportavano acriticamente quelle tesi, confermando il loro pregiudizio invece di smentirlo.
Cosa fare? Presidiare lo spazio digitale
Nella vita “offline” l’incuria e lo sporco attirano i ratti. Lo stesso vale per l’online. Lo spazio web, se presidiato, non sarà invaso dai “topolini” che erodono la fiducia. Una comunicazione chiara, accessibile e multicanale è l’unica soluzione sul lungo periodo.
I punti chiave per un’azione efficace:
- Indicizzazione istituzionale: I siti web ufficiali devono essere ben posizionati (SEO) e facilmente consultabili.
- Realizzazione di FAQ: Creare sezioni di domande frequenti sui servizi, i virus endemici o le patologie ricorrenti.
- Intercettare l’utenza: Le informazioni affidabili devono raggiungere i cittadini dove si trovano (social, motori di ricerca), non aspettare che siano loro a cercarle.
- Monitoraggio Social: Analizzare le conversazioni per capire quali dubbi stanno nascendo e colmarli in tempo reale.
La comunicazione istituzionale non può essere episodica. Di fronte a un’emergenza, le persone cercano risposte attraverso i loro percorsi abituali. Se un sito o un canale social non è curato quotidianamente, non sarà il luogo dove i cittadini andranno nel momento del bisogno. Curare l’informazione ogni giorno serve a spazzare via i “topolini” e, finalmente, a sgonfiare l’ingombrante elefante della disinformazione.
Fonti:
- Dati dell’osservatorio infodemico del Pisa Public Health Research Lab sulla campagna vaccinale
- Ricerca Nature: https://www.nature.com/articles/s41586-023-06883-y
