Sandro Spinsanti apre Un’altra pratica della cura (Il Pensiero Scientifico Editore, 2026) con una celebre parabola di David Foster Wallace: due giovani pesci nuotano e incontrano un pesce più anziano che, andando in direzione opposta, li saluta e chiede: «Com’è l’acqua?». I due proseguono, finché uno guarda l’altro e domanda: «Ma cosa diavolo è l’acqua?». Immersi nell’acqua per tutta la vita, i pesci non sono in grado di vederla e, quindi, di dire cosa sia. Allo stesso modo, per Spinsanti, viviamo immersi nella cura dal primo vagito all’ultimo respiro, rischiando di accorgercene solo quando non c’è più.
Discipline che si incontrano
Nel suo ultimo libro, Sandro Spinsanti, già docente di etica medica all’Università Cattolica di Roma e di bioetica a Firenze, fondatore e direttore dell’Istituto Giano per le Medical Humanities, già componente del Comitato nazionale per la bioetica, intreccia bioetica, medicina narrativa, Slow Medicine e medical humanities: discipline e pratiche spesso messe in secondo piano dalle urgenze di un sistema sanitario in affanno che rischia di ridursi alla mera erogazione di prestazioni.
Le due sponde
Come preannuncia il titolo, il saggio di Spinsanti si snoda tra due poli, al punto da articolarsi in due parti speculari: “sulla sponda dei professionisti della cura” e “sulla sponda delle persone in cura”. Da una parte chi eroga la cura nelle sue molteplici forme, dalla pietas familiare alla la solidarietà sociale, alla professionalità sanitaria; dall’altra chi le cure le riceve. Il ponte unisce le due sponde, ma, avverte l’autore, è spesso fragile: l’associazione più immediata corre al ponte Morandi di Genova, crollato all’improvviso.
Dal cinema alla letteratura
Il libro attinge abbondantemente da cinema e letteratura, patrimonio condiviso e accessibile, nel solco della medicina narrativa, di cui l’autore è in Italia tra i pionieri e che vede la malattia come esperienza vissuta e racconto, prima ancora che diagnosi. Dal ponte Morandi, l’autore si sposta verso Il ponte di San Luis Rey di Thornton Wilder, il romanzo del 1927 in cui il crollo di un ponte peruviano diventa occasione per interrogarsi su ciò che davvero tiene insieme le esistenze. La risposta del romanziere è l’amore; per Spinsanti, è la cura, per come si esplica nella relazione tra chi la dona e chi la riceve. Non a caso il volume si chiude con un epilogo che è quasi una dichiarazione: “Il ponte è la cura”.
Le “posture” della cura
Sul ponte della cura Spinsanti dispone inoltre una carrellata di “posture” mediche, comportamenti più o meno professionali con cui il paziente si confronta durante il percorso. A volte prevalgono distanza, competenza, obiettività; altre volte sono lo sguardo, la gestualità, il tono di voce, persino una carezza ad accorciare o dilatare la distanza terapeutica. Fiducia ed empatia, ricorda l’autore, non sono medicine, eppure sono necessarie al malato. È qui che il libro tocca il cuore della relazione di cura, denunciando la deriva difensiva di formalità come il consenso informato, troppo spesso ridotto a una firma su un documento che il paziente non comprende e talvolta non ha nemmeno letto. Il messaggio di fondo è chiaro: superare il modello paternalistico, in cui il professionista sa e decide mentre il paziente subisce, per costruire un’alleanza fondata sulla collaborazione tra chi conosce le procedure cliniche e chi la propria, personale, esperienza di vita e malattia.
Ricevere le cure
Ma gli abitanti della seconda sponda, quella delle persone in cura, sono altrettanto variegati. Qui Spinsanti chiama in causa il caregiver risucchiato “volente o nolente” dentro il mondo della malattia, il paziente alle prese con il “dolore burocratico”, il cittadino esigente a cui il libro dedica delle ironiche “istruzioni sartoriali” per cucirsi addosso un medico su misura. Perché la buona cura esige anche un malato adulto e responsabile, capace di volgere lo sguardo alla riva opposta.
“Sono malato e rido”
Rientra nel “cantiere aperto” della nuova pratica anche la dimensione spirituale e con essa le domande ultime – sul senso, sulla speranza, su ciò che resta – che la malattia rende improrogabili e a cui è impossibile rispondere con i soli farmaci. Su questo terreno si apre un paradosso solo apparente, che dà il titolo al capitolo “Sono malato e rido”: la possibilità di essere felici, o almeno sentirsi appagati, dentro la malattia e dentro la cura.
Un invito alla consapevolezza
Il volume lascia un invito a prendere consapevolezza del proprio ruolo nel rapporto di cura, qualsiasi esso sia. Perché la buona cura, ricorda Spinsanti, non nasce se non dall’incontro tra le due sponde, su un ponte prezioso e fragile. E perché, che lo si veda o no, nell’acqua della cura nuotiamo tutti quanti ogni giorno
