di Stefano Venza
L’Encefalopatia Epatica (EE) si conferma una delle complicanze più rilevanti e complesse della cirrosi epatica, con un impatto significativo sia in termini clinici sia per la sostenibilità del Servizio Sanitario Nazionale.
Solo in Italia, questa patologia è responsabile di oltre 10.000 ricoveri ordinari l’anno, con costi complessivi di gestione ospedaliera che assorbono circa 200 milioni di euro. Questo disturbo non solo è la seconda complicanza più comune di cirrosi, ma è altresì sottodiagnosticata o riconosciuta tardivamente con un alto rischio di recidiva dopo il primo episodio.
In questo contesto si inserisce la campagna “Encefalopatia Epatica: riEEsci a vederla?”, un’iniziativa promossa da Alfasigma in collaborazione con Associazione EpaC e con il coinvolgimento di società scientifiche e stakeholder del sistema sanitario.
Il problema del ritardo diagnostico nell’Encefalopatia Epatica

L’EE interessa tra il 30% e il 45% dei pazienti cirrotici nel corso della malattia. È caratterizzata da un ampio spettro di manifestazioni neurologiche – dalla lieve compromissione cognitiva fino a quadri severi con coma – ed è associata a un elevato rischio di recidiva: circa il 40% dei pazienti presenta un nuovo episodio entro un anno dal primo evento.
Nonostante la rilevanza epidemiologica, la patologia resta spesso sottodiagnosticata o identificata tardivamente. I sintomi iniziali, infatti, possono essere sfumati e aspecifici, contribuendo a un ritardo diagnostico che porta molti pazienti a essere intercettati solo nelle fasi conclamate, quando è già necessario il ricovero ospedaliero. Questo contribuisce a un aumento delle riospedalizzazioni e a un peggioramento degli esiti clinici.
La campagna: “riEEsci a vederla?”
Per rendere visibile questa patologia nascosta parte la campagna “Encefalopatia Epatica: riEEsci a vederla?”. L’iniziativa mira a:
- Favorire una maggiore consapevolezza della patologia.
- Promuovere il riconoscimento precoce dei segnali clinici.
- Rafforzare la presa in carico del paziente lungo tutto il percorso assistenziale.
All’iniziativa fa eco la pubblicazione del Policy Paper “Un nuovo paradigma per le cronicità complesse: il caso dell’Encefalopatia Epatica”, che propone un cambio di approccio: da una logica centrata sull’evento acuto a un modello di gestione cronica, integrata e multidisciplinare.
Sei azioni concrete per combattere la patologia
Il documento individua sei ambiti prioritari di intervento per superare criticità come il sommerso clinico e la discontinuità ospedale-territorio:
- Sviluppo e implementazione di PDTA dedicati alla cirrosi e all’EE.
- Utilizzo di strumenti per l’identificazione precoce dei pazienti a rischio.
- Rafforzamento della prevenzione secondaria.
- Integrazione dei modelli organizzativi ospedale-territorio.
- Valorizzazione del ruolo del caregiver.
- Miglioramento dell’aderenza e della continuità terapeutica, specialmente nel post-dimissione.
Il ruolo centrale della medicina generale
In questo scenario, la medicina generale è chiamata a intercettare precocemente i segni della patologia e a coordinarsi con la medicina specialistica per garantire un accesso tempestivo ai percorsi diagnostici. L’obiettivo è anticipare la diagnosi, ridurre le recidive e migliorare la qualità di vita dei pazienti, contribuendo alla sostenibilità del sistema sanitario.
Riconoscere il ruolo strategico del caregiver
«Il valore della campagna “Encefalopatia Epatica: riEEsci a vederla?” sta nel voler enfatizzare la persona, ponendola al centro di un percorso di presa in carico globale» – commenta Massimiliano Conforti, Presidente EpaC – ETS – «Le evidenze dimostrano che circa il 20% dei pazienti con epatopatia cronica avanzata necessita di un’assistenza continuativa: pertanto, diventa indispensabile riconoscere il ruolo strategico del caregiver, che a sua volta andrebbe supportato da un care manager».
Secondo Stefania Bassanini, VP, Medical Affairs, Alfasigma Italia: «La campagna è per Alfasigma un’esperienza positiva di partnership e co-creazione. Il progetto offre a pazienti e caregiver strumenti per migliorare la consapevolezza e l’aderenza al percorso di cura, chiavi di volta della prevenzione. Offriremo momenti formativi sul territorio, dal counseling nutrizionale fino all’elenco dei sintomi da monitorare per evitare ricadute pericolose».
