di Stefano Venza
| Contagio, sintomi, test e trattamento: l’analisi degli esperti Gianni Rezza e Nicola Petrosillo |
Il recente cluster di infezioni da Hantavirus registrato a bordo della nave da crociera MV Hondius ha riportato l’attenzione su un virus raro, ma potenzialmente letale. Alcuni pazienti evacuati, casi sospetti e decessi hanno alimentato il dibattito pubblico, soprattutto per la possibilità – ancora sotto indagine – di una limitata trasmissione tra esseri umani in un ambiente confinato. Le autorità sanitarie continuano tuttavia a ribadire che il rischio per la popolazione generale resta basso, mentre i casi sembrano essere stati in gran parte contratti prima dell’imbarco.
Petrosillo: «La trasmissione da uomo a uomo è molto rara»
La trasmissione dell’Hantavirus da uomo a uomo è “molto rara”. Lo precisa Nicola Petrosillo, Responsabile Servizio Controllo delle Infezioni e Consulenze Infettivologiche, Policlinico Universitario Campus Bio-Medico, cercando di spegnere gli allarmismi sul focolaio scoppiato nella nave al largo di Capo Verde, che ha provocato tre morti su cinque casi confermati e due sospetti.
«L’incubazione è diversa e varia da un periodo di 7 giorni a 4 o 5 settimane. Diversa anche la sintomatologia. Ricordo che ci sono diversi ceppi di Hantavirus che causano sintomi diversi. Gli Hantavirus originari del sud America – precisa Petrosillo – portano a crisi respiratorie simili a polmoniti, gravi stati di sepsi e crisi respiratorie. Nelle forme europee, c’è un interessamento dei reni dove si registra una sindrome emolitico-uremica, ossia insufficienza renale grave. Tuttavia – ripete Petrosillo – non c’è da preoccuparsi almeno in Italia».
Cos’è l’Hantavirus e come si trasmette
Eppure, questo non è il primo episodio recente che ha portato l’Hantavirus all’attenzione dell’opinione pubblica. Già nel 2025, la morte di Betsy Arakawa, moglie dell’attore Gene Hackman, aveva mostrato quanto questo virus possa essere insidioso anche in contesti domestici apparentemente lontani da scenari ‘esotici’. Le indagini avevano infatti collegato il decesso a una infezione contratta all’interno della loro proprietà, dove era stata documentata una significativa infestazione di roditori.
«Questo duplice scenario – commenta Gianni Rezza, Professore di Igiene e Sanità ed ex direttore generale della Prevenzione del ministero della Salute – da un lato una nave da crociera, dall’altro una residenza privata aiuta a comprendere la natura peculiare dell’Hantavirus. Si tratta infatti di una zoonosi, ovvero di un’infezione che si trasmette dagli animali all’uomo, principalmente attraverso il contatto con urine, saliva o feci di roditori».
Quindi come ci si infetta? «Anche entrare in una semplice casa disabitata per anni dove sono presenti dei topi, è facile che il virus contenuto nelle feci dei roditori si aerosolizzi. Ebbene, l’accesso a un ambiente contaminato può determinare un’esposizione diretta al virus per via inalatoria» sottolinea Rezza.
La novità a bordo della MV Hondius
Riferendosi al caso della MV Hondius, Rezza individua una novità interessante. «Questo è uno dei rarissimi casi dove ci si infetta lontani dalla località endemica. Ma ripeto il contesto è tutto diverso. Ci troviamo in una nave da crociera. Può darsi che in un ambiente estremamente affollato dove si vive e si mangia insieme ci sia stato un episodio di super spreading attraverso un contatto stretto o ravvicinato». In questo caso quindi il fattore determinante non è stata una trasmissione diffusa tra persone, ma l’esposizione a condizioni favorevoli al virus.
Non esiste, ad oggi, una terapia antivirale specifica per l’infezione da Hantavirus. Il trattamento è quindi principalmente di supporto e si basa sul controllo delle complicanze più gravi, in particolare quelle respiratorie e cardiovascolari. Nei casi di sindrome polmonare da Hantavirus può essere necessario il ricovero in terapia intensiva, con somministrazione di ossigeno e, nei quadri più severi, ventilazione meccanica. L’intervento precoce resta il fattore più importante per migliorare la prognosi, poiché la malattia può evolvere rapidamente.
Questo rende la prevenzione un elemento cruciale, basato soprattutto sul controllo dei roditori e sulla gestione sicura degli ambienti potenzialmente contaminati. «Fondamentale anche la sorveglianza attiva», chiosa Rezza. «In caso di sintomi che possano essere ricondotti all’Hantavirus è fondamentale sentire il medico e autoisolarsi. Questa è una delle principali accortezze da seguire».
Non c’è il rischio di una nuova pandemia
Alla luce degli studi attuali, la comunità scientifica concorda su un punto: l’Hantavirus rappresenta una minaccia seria a livello individuale, ma non un rischio epidemico globale. Come riassunto nel Nature Reviews Microbiology, “la limitata trasmissione tra esseri umani riduce significativamente il potenziale pandemico di questi virus”.
Il clamore mediatico che circonda questi episodi è comprensibile, ma va contestualizzato. L’Hantavirus rimane una malattia rara, legata a condizioni specifiche e non facilmente trasmissibile tra esseri umani. Tuttavia, proprio la sua imprevedibilità e la severità dei quadri clinici impongono attenzione.
Il caso della nave e quello della famiglia Hackman offrono una lezione chiara: le zoonosi non sono fenomeni lontani o confinati a contesti estremi. Possono emergere in ambienti diversi, talvolta insospettabili, e richiedono una vigilanza costante, soprattutto in un’epoca in cui il rapporto tra uomo, ambiente e fauna selvatica è in continua evoluzione.
