
di Cesare Buquicchio e Diana Romersi
In un’epoca in cui le notizie corrono più velocemente dei virus, la capacità di distinguere il vero dal falso non è solo una questione di cultura, ma un vero e proprio atto di salute pubblica. Spesso ci chiediamo perché, nonostante le smentite ufficiali, le “fake news” sulla salute continuino a condizionare i nostri comportamenti e a generare panico. La risposta risiede nella nostra natura biologica e in dinamiche evolutive che condividiamo sorprendentemente con il mondo animale.
La “sindrome del banco di pesci”: la biologia della disinformazione
La disinformazione non è un fenomeno esclusivo dell’era digitale, ma un “difetto informativo” che colpisce diverse specie. Uno studio della Cornell University condotto sui banchi di pesce pappagallo in Polinesia offre un’analogia perfetta per comprendere le nostre reazioni collettive.
In un banco di piccole dimensioni, i pesci sono iper-reattivi: basta che un singolo individuo scatti per un’ombra — un falso allarme — perché l’intero gruppo scappi terrorizzato, rinunciando magari a nutrirsi per un’intera giornata. Questa è disinformazione pura: un segnale sbagliato che genera un comportamento collettivo inutile e dannoso. Tuttavia, nei banchi più numerosi, l’effetto del singolo errore si disperde. Serve il movimento coordinato di molti più individui per indurre la fuga; la numerosità del gruppo funge da filtro critico, rallentando la propagazione del falso allarme e proteggendo la collettività dall’errore del singolo.
Strategie digitali: rallentare il flusso per attivare il pensiero
Il parallelo con la nostra realtà digitale è strettissimo. Durante le fasi critiche della pandemia, abbiamo assistito a una proliferazione di messaggi vocali su WhatsApp e post sui social network che hanno generato una “fuga disinformata” del tutto simile a quella dei pesci in Polinesia.
Per contrastare questo fenomeno, la gestione infodemica ha adottato strategie mirate a limitare la velocità di propagazione dei segnali. Proprio ad inizio della crisi del Covid-19 la collaborazione tra istituzioni sanitarie e i big della comunicazione digitale ha portato ad interventi tecnici che avevano uno scopo preciso: non censurare, ma rallentare il flusso. Per esempio, Meta, l’azienda proprietaria di WhatsApp, ha introdotto limitazioni alla condivisione simultanea che prima era possibile istantaneamente a centinaia di contatti e ora solo a 5 contatti per volta o l’introduzione dell’alert “inoltrato molte volte” che appare ora sui messaggi “virali”. Questo “attrito” digitale è fondamentale per permettere all’utente di uscire dalla reazione istintiva e attivare il pensiero critico prima di condividere un contenuto.
Il business della paura: chi guadagna con le bufale mediche
Oltre alla dinamica biologica, esiste un aspetto economico pianificato. La disinformazione sulla salute è spesso un modello di business lucrativo. Figure come Mike Adams, fondatore della rete Natural News, hanno costruito imperi finanziari su una galassia di oltre 450 siti che promuovono bufale sanitarie — dalle bacche di sambuco come protezione dai virus a presunte cure alternative per il cancro — al solo scopo di vendere prodotti miracolosi.
Come spiega Steven Brill di NewsGuard nel suo saggio La scomparsa della verità, questi network monetizzano la paura attraverso la pubblicità e le vendite dirette. La disinformazione, in questo caso, prospera nell’isolamento informativo e nel profitto di pochi, a scapito della salute pubblica.
Conclusioni: la forza della rete verificata
La nostra difesa migliore contro il “contagio delle parole” è la creazione di ecosistemi informativi ampi, verificati e trasparenti. Imparare a non essere quel “banco piccolo” che scatta al primo allarme significa investire nella formazione e nella consapevolezza. Informarsi correttamente non è solo un diritto individuale, ma un pilastro fondamentale per la sicurezza sanitaria di tutti.
Di questi argomenti abbiamo anche parlato nella prima puntata di VIRALE su Radio Città Futura, ospitata nello spazio salute condotto da Nicola Del Duce: ascolta
