Medicina femminile plurale: una storia antica da rileggere nel presente

Nella Giornata Nazionale della Salute della Donna, il libro di Daniela Minerva ricostruisce la storia della medicina femminile, dalle origini, ai progressi al tetto di cristallo.

Da sinistra, Beatrice Lorenzin, Daniela Minerva, Francesca Schianchi, Elena Murelli

È il XII secolo, e, sulle rive del Reno, nel monastero di Rupertsberg, la monaca benedettina Hildegard von Bingen osserva le erbe del giardino, annota le proprietà di pietre e minerali, si dedica allo studio del corpo umano, in particolare di quello femminile. Decisamente all’avanguardia per il suo tempo, nel Causae et curae, la studiosa riprende la teoria umorale di Ippocrate e Galeno, la intreccia con la sua idea di viriditas, forza vitale e riproduttiva e compone un manuale pratico di medicina e farmacologia, con particolare attenzione al corpo femminile, alla riproduzione, ai cicli, alle emozioni. Il corpo, per lei, è prodotto divino, non materia da mortificare: una visione olistica che lega materia, mente, anima e cosmo, in cui la cura più che lotta ai sintomi è ripristino dell’armonia.

Proclamata Dottore della Chiesa da Benedetto XVI nel 2012, Hildegard è, secondo la definizione di Daniela Minerva, giornalista e saggista, direttrice responsabile della piattaforma Salute, online e in edicola con la Repubblica e La Stampa, ed editorialista de la Repubblica, «l’ultima scienziata prima della nascita delle università, istituzioni che hanno escluso le donne dalla costruzione del sapere». Da lì in poi, per secoli, la medicina delle donne si ritirerà nel silenzio delle case, dei conventi e delle spezierie, portata avanti all’ombra di una pratica clinica ufficiale e maschile.

È di questo lavorio corale e nascosto che parla Medicina femminile plurale. Il sapere delle donne nella storia, l’ultimo libro di Minerva, presentato a Roma lo scorso 22 aprile in occasione della Giornata Nazionale della Salute della Donna.

Le voci della medicina femminile, dalle erbe ai farmaci moderni

Daniela Minerva

«Il contributo delle donne alla storia della medicina non è stato il risultato di singole figure eccezionali ma un’impresa collettiva», spiega Minerva. «Le donne hanno sempre curato la famiglia e chi stava loro intorno, sviluppando conoscenze legate alla riproduzione, ai farmaci e alla cura dei bambini, dall’uso delle erbe fino ai farmaci moderni. Tutto questo però è rimasto sommerso, e ancora oggi persistono idee e terapie pensate e costruite per corpi maschili».

Accanto a Hildegard, nel libro emergono altre figure straordinariamente anticipatrici: Trota, vissuta a Salerno nella seconda metà del Mille e considerata la prima ginecologa; Joanna Stephens, farmacologa che nella Londra del Settecento mise a punto la prima terapia efficace contro i calcoli renali, scoperta di cui fu quasi espropriata da medici e scienziati dell’epoca. Un paradigma di cura diverso, in cui la donna è stata relegata al ruolo di chi accudisce senza essere mai legittimata in quello di chi esercita l’arte medica.

I numeri di oggi: maggioranza nelle corsie, minoranza ai vertici

Oggi il quadro è cambiato, ma solo in parte. Le donne rappresentano oltre la metà dei medici in Italia e in Europa, circa il 46% nei Paesi OCSE, dove le ricercatrici biomediche sono intorno al 40%. Nell’oncologia italiana la componente femminile ha raggiunto il 62,8%. «La grande buona notizia è l’enorme afflusso di donne nelle facoltà di medicina, che si laureano, entrano negli ospedali, diventano medico di medicina generale, entrano nelle aziende farmaceutiche e nell’organizzazione della sanità», osserva Minerva. Eppure il tetto di cristallo resta pressoché intatto: le posizioni apicali sono ancora ricoperte quasi esclusivamente da uomini. «Perché questo cambi servono più donne, ma servono anche politiche che permettano alle ragazze di conciliare vita familiare, di relazione e collettiva».

Il gap che non si vede: ricerca, cura, qualità della vita

Sul piano clinico e della ricerca, il ritardo pesa ancora di più. «Nel 2018 è stata approvata la legge sulla sperimentazione clinica che per la prima volta in Europa ha riconosciuto il ruolo della medicina di genere», ha ricordato Beatrice Lorenzin, membro della Commissione Bilancio in Senato ed ex Ministro della Salute, durante la presentazione. «Fino a quel momento le sperimentazioni si facevano in modo diverso sulle donne: non c’erano studi ad hoc, e le terapie erano calibrate sui corpi maschili. In un sistema che va verso la genomica e la massima precisione nel target di cura, si continuava a non tenere conto del 53% della popolazione».

Quasi dieci anni dopo, molto è stato fatto in ambito governativo, «ma tantissimo resta da fare sul piano clinico: formazione dei medici, consapevolezza delle donne, accesso alle cure». Il dato più crudo riguarda la qualità della vita: «Se è vero che le donne vivono quattro anni più degli uomini, è anche vero che la qualità della vita negli ultimi dieci anni è spesso bassissima e le donne si ritrovano spesso sole e più povere».

A tradurre in cifre il prezzo di questo ritardo è la senatrice Elena Murelli, intervenuta insieme a Lorenzin nel corso dell’evento: «Ogni anno in Italia 100.000 donne muoiono per problemi cardio-cerebrovascolari. Non deve più succedere. La donna si prende cura degli altri ma mai di sé stessa: sottovaluta i sintomi, rimanda la prevenzione. Bisogna invece fare gli screening, avere accesso alle cure, dedicare tempo a sé». Il messaggio che entrambe rilanciano nella Giornata della Salute della Donna è lo stesso: «Prendetevi cura di voi. Amarsi, fare screening, seguire la salute psicologica, volersi bene fin da bambine».

Cosa sta facendo la politica

Il nodo professionale è l’altra faccia del tetto di cristallo. «La donna in sanità è medico, infermiera, ricercatrice, sviluppa nuove tecnologie, ma resta in disparte», prosegue Murelli. «Dobbiamo darle voce anche nelle aziende ospedaliere, nelle amministrazioni, nei ministeri». Il lavoro in corso tra Commissione Affari sociali e Sanità, Commissione Politiche dell’Unione Europea e FNOPI (Federazione Nazionale degli Ordini delle Professioni Infermieristiche) punta al welfare aziendale nelle professioni sanitarie: servizi di conciliazione come gli asili nido, parità del tempo di congedo parentale, riconoscimento del congedo ai padri separati. «Il prossimo primo maggio il Consiglio dei ministri annuncerà un decreto che affronta welfare aziendale, gender pay gap e divario di carriera anche nelle professioni sanitarie», ha annunciato Murelli.

Per una nuova scienza della cura

Legare il passato al presente è la scommessa del libro di Minerva: riscoprire una medicina femminile e collettiva, di cui oggi si si avvertono l’urgenza e la mancanza. «Le donne che entrano nei luoghi di cura e della ricerca renderanno la medicina più equa», conclude l’autrice. «Ma serve che possano farlo davvero, in parità: solo così potremo avere una collaborazione reale fra intelligenze maschili e femminili per una nuova scienza della cura».

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