L’appello di Siracusano (CSS): «Troppo silenzio sul Piano salute mentale. Va fatto partire per aiutare gli adolescenti che hanno l’AI come unico amico»

Nel coro costante dei fondi che non bastano mai in sanità, c’è un segnale in controtendenza che in pochi sembrano aver notato. Mentre il dibattito pubblico si concentra spesso sulle liste d’attesa o sulla carenza di infermieri e camici bianchi nei pronto soccorso, la Legge di Bilancio ha introdotto una novità contabile dal valore politico profondo: l’iscrizione di fondi specifici e vincolati per la salute mentale.

Per la prima volta nella storia repubblicana, la salute mentale non è più l’ultima voce di bilancio, ma diventa un pilastro autonomo della programmazione. Eppure, questa svolta fatica a guadagnare l’attenzione che meriterebbe. Lo sottolinea con una punta di amarezza Alberto Siracusano, medico, psichiatra, professore e presidente del Consiglio Superiore di Sanità, a colloquio con DiSalute.it: «Si parla troppo poco di questo Piano nazionale sulla salute mentale (Pansm 2025-2030), ed è un silenzio su cui anche il mondo dell’informazione dovrebbe interrogarsi. È un intervento storico: mai si era pensato, in una Legge di Bilancio, di stanziare fondi specifici a sostegno di un piano di questo tipo». Un richiamo doveroso che rimanda, come spesso succede, agli ulteriori passaggi burocratici, a cominciare dai decreti attuativi, che possano tradurre questo importante documento in qualcosa di concreto e tangibile.

E, almeno stavolta, non si tratta di trovare i fondi: c’è un impegno che parte da 80 milioni di euro per il primo anno, destinato a crescere con 85 milioni per l’anno 2027, 90 milioni per l’anno 2028 e 30 milioni di euro annui a decorrere dal 2029, per l’attuazione delle azioni di prevenzione, diagnosi, cura e assistenza definite nel Piano. Inoltre, sono previste ulteriori misure per l’assunzione di personale sanitario e sociosanitario necessario garantendo una presenza più capillare sul territorio e un sostegno concreto ai servizi di salute mentale per cercare di arginare un’emergenza che i numeri del Ministero della Salute definiscono «silenziosa» ma devastante: un adolescente su sette soffre di disturbi mentali e il suicidio è oggi la terza causa di morte tra i 15 e i 29 anni. In un’Italia dove la spesa per la psichiatria è scivolata sotto il 3% del Fondo sanitario nazionale — lontanissima dal 10% di Regno Unito o Francia — il Piano Siracusano prova a invertire la rotta.

Il cambiamento antropologico e l’amico algoritmo

Il cuore della riflessione di Siracusano non è però solo economico, ma profondamente culturale. Siamo di fronte a quello che il professore definisce un «cambiamento antropologico radicale». Al centro della crisi c’è la solitudine dei giovanissimi, un vuoto che la tecnologia sta riempiendo con una velocità inquietante. «Quello che vediamo oggi — osserva Siracusano — è che la prima richiesta d’aiuto va all’intelligenza artificiale. I ragazzi hanno come migliore amico l’AI. Questo rapporto tecnologico diretto sta sostituendo le relazioni umane, quelle empatiche, affettive ed emotive».

L’algoritmo diventa un surrogato dell’altro, un confidente asettico che non giudica ma che, inevitabilmente, cristallizza l’isolamento. Per Siracusano, la sfida è ridare fiducia nel Servizio Sanitario Nazionale a una generazione che non sa più a chi rivolgersi. Se il 90% delle risorse attuali viene assorbito da farmaci e cure, il Pansm punta tutto sulla prevenzione: passare dalla “patogenesi” alla “salutogenesi”.

La prevenzione nasce in gravidanza

Un capitolo cruciale del nuovo corso riguarda la salute mentale perinatale. Troppo spesso la depressione post-partum o le difficoltà in gravidanza vengono vissute come un tabù privato, anziché come un tema di salute pubblica. «La depressione perinatale è uno dei fenomeni in crescita — avverte il Presidente del Css — e fa parte di questi mutamenti della società. Abbiamo previsto progettazioni per interventi estremamente rapidi e preventivi. L’intervento va fatto già nel momento in cui la donna concepisce».

L’idea è quella di inserire semplici domande di screening durante le visite ostetriche, per intercettare il disagio prima che diventi patologia. È l’applicazione pratica del concetto di «One Mental Health»: una visione integrata dove il benessere psichico non è un optional per pochi, ma un diritto irrinunciabile che condiziona la tenuta stessa del sistema Paese. Secondo le stime Ocse, infatti, il mancato investimento in questo settore impatta sul Pil per il 3,3%, tra perdita di produttività e costi sociali.

Un diritto non di serie B

La sfida finale resta però quella dello stigma e della qualità dei servizi. Mentre il mercato privato cresce, il pubblico arranca. «Chi lavora nel campo della salute mentale lavora quasi esclusivamente nel pubblico — conclude Siracusano — e se non si potenziano questi servizi, non facciamo una buona programmazione. Una società moderna non può non garantire il diritto alla salute mentale».

Il Piano 2025-2030 è dunque ai blocchi di partenza, con le Regioni chiamate a una gestione oculata delle risorse vincolate. La cornice normativa c’è, i primi fondi anche. Resta da capire se l’Italia saprà guardarsi allo specchio e riconoscere che, dietro i dati sulle liste d’attesa e sulla carenza di personale, si gioca la partita più importante: quella della salute del proprio capitale umano.

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