L’antimicrobicoresistenza rappresenta una delle emergenze sanitarie più urgenti del nostro tempo. Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, senza interventi efficaci entro il 2050 potrebbe causare milioni di morti. La lotta contro i microrganismi resistenti agli antibiotici richiede un approccio multidisciplinare che integri medicina umana, veterinaria e scienze ambientali. È il paradigma della One Health, che trova nella Sapienza Università di Roma, e in particolare nel Dipartimento di Sanità Pubblica e Malattie Infettive, uno dei suoi centri di eccellenza più avanzati. Ed è da queste aule e da questi laboratori che arriva uno strumento innovativo per affrontare questa emergenza: la comunicazione, declinata con podcast, materiali di divulgazione e strategie di disseminazione e coinvolgimento di target diversi.
«Il concetto di One Health è un concetto che forse è stato molto sfruttato, però è un concetto che noi dobbiamo vivere in uno stato di integrazione tra ambiente, uomo e animali», ci spiega il professor Claudio Maria Mastroianni, ordinario di malattie infettive e direttore del Dipartimento di Sanità Pubblica e Malattie Infettive presso l’ateneo della Capitale.
L’approccio multidisciplinare alla One Health
Il Dipartimento diretto dal professor Mastroianni rappresenta un esempio virtuoso di come l’approccio One Health possa essere implementato nella pratica. «Nel nostro dipartimento confluiscono proprio quelle figure professionali e di ricercatori che rappresentano un po’ le radici della One Health: infettivologi, igienisti, microbiologi, ma anche veterinari e persone che hanno competenze e capacità per avere impatto mediatico, di comunicazione, di salute pubblica, dai sociologi ai farmacisti», sottolinea il professore.
Questa multidisciplinarietà è fondamentale per affrontare la complessità dell’antimicrobicoresistenza. «Bisogna agire su più fronti: controllare l’uso degli antibiotici in ospedale con un uso appropriato, favorire la prevenzione con il corretto lavaggio delle mani per prevenire le infezioni ospedaliere, controllare l’ambiente, evitare un uso incongruo degli antibiotici sul territorio, ridurre l’uso degli antibiotici in medicina veterinaria e controllarne anche l’abuso nella diffusione dei microrganismi resistenti nelle acque».
Non va dimenticato, aggiunge Mastroianni, «l’importanza delle vaccinazioni nel contrasto dell’antimicrobicoresistenza, perché se noi vacciniamo soggetti contro le più comuni malattie infettive – parlo dell’influenza, della polmonite da pneumococco o anche altre patologie batteriche – riusciamo a prevenire queste infezioni ed evitiamo un uso inappropriato degli antibiotici».
Nuove frontiere terapeutiche: oli essenziali e fagi
Di fronte alla crescente resistenza batterica, la ricerca si sta orientando verso soluzioni innovative che vadano oltre gli antibiotici tradizionali. «La ricerca deve andare oltre, perché la possibilità eventualmente di trovare delle alternative non antibiotiche è molto importante», spiega il professor Mastroianni. «Purtroppo i microrganismi quando noi scopriamo un antibiotico diventano resistenti, trovano la scappatoia genetica per evadere l’efficacia degli antibiotici». Tra le strategie più promettenti, il professore cita diverse opzioni: «Abbiamo strategie naturali, gli oli essenziali, ma anche anticorpi monoclonali, un po’ come quelli che sono stati utilizzati durante il Covid-19. Altre alternative sono i fagi, cioè, virus che infettano e si replicano solo nelle cellule batteriche e riescono a controllare queste infezioni». Particolarmente interessante è l’approccio basato sul microbioma: «Un’altra alternativa è l’utilizzo di sostanze che riescono a ricostituire il microbioma intestinale e favorire la crescita dei cosiddetti batteri buoni per combattere quelli cattivi». L’esempio del Clostridium difficile è emblematico: «Si è visto che con il trapianto fecale, utilizzando batteri buoni da feci di donatori, si riesce a eradicare questa infezione».
La sfida delle arbovirosi
L’estate 2025 ha portato nuove sfide con l’emergenza West Nile Virus, testimoniando come i cambiamenti climatici stiano modificando il panorama epidemiologico. «Con le modificazioni climatiche cui purtroppo ci dovremmo abituare e con l’aumento della temperatura e la diffusione di vettori che non vedevamo dalle nostre parti, dobbiamo essere preparati a fronteggiare queste infezioni», avverte Mastroianni. Quest’anno si sono registrati più di 500 casi di West Nile, «che rappresentano solo la punta dell’iceberg, immagini quante migliaia di persone sono state infettate dal virus ma non si sono rivolte alle strutture sanitarie…». Per questo è fondamentale «avere un sistema di sorveglianza integrato che coinvolge clinici, entomologi, laboratorio e igienisti, perché solo in questa maniera riusciamo a cogliere se in una determinata zona sta partendo un’epidemia».
Comunicazione e divulgazione scientifica
Un aspetto cruciale del lavoro del Dipartimento è la comunicazione verso il pubblico. «È molto importante che noi come infettivologi lavoriamo insieme agli esperti clinici, agli esperti ricercatori, ma anche con gli esperti della comunicazione», sottolinea Mastroianni. Per questo il Dipartimento ha lanciato un progetto davvero innovativo che si chiama “Spillover: Come ti racconto la One Health“, che include un podcast molto seguito Spill-On-Air, campagne di coinvolgimento sui social network e molte altre iniziative di divulgazione. «Credo sia indispensabile una comunicazione efficace ma anche comprensibile e che non crei confusione tra i cittadini e che sappia contrastare la disinformazione», riflette il professore. «Questo rappresenta un fiore all’occhiello del nostro dipartimento, perché non è presente in molti ambiti non solo universitari ma anche di altre istituzioni pubbliche». L’obiettivo è raggiungere diversi target attraverso formati differenziati, utilizzando anche i social network per rendere accessibili contenuti scientifici complessi, mantenendo però sempre il rigore della ricerca accademica.
