Diane Benscoter e Alan Jagolinzer si confrontano in un webinar del Cambridge Disinformation Summit 2026. Ne emerge un quadro potente: dalla vulnerabilità individuale alla disinformazione di massa, i meccanismi sono gli stessi. E sia veleno che antidoto agiscono su larga scala.

di Cesare Buquicchio e Micol Weisz
Stesse leve su scala diversa
C’è un’intuizione al centro del dialogo tra Diane Benscoter, fondatrice dell’organizzazione Antidote per la lotta alla manipolazione psicologica e Alan Jagolinzer, professore di Financial Accounting alla Cambridge Judge Business School, registrato durante un webinar del Cambridge Disinformation Summit: la manipolazione psicologica esercitata da una setta su un singolo individuo e la disinformazione diffusa su milioni di persone attraverso i social media non sono fenomeni distinti, ma la stessa operazione, condotta con mezzi diversi.
Anatomia della disinformazione
Secondo gli esperti ci sono sei elementi che ricorrono in ogni campagna di disinformazione, indipendentemente dal contesto: un attore malevolo con incentivi specifici, un messaggio intenzionalmente fuorviante e carico di emozioni, canali di diffusione selezionati con cura, un pubblico individuato nelle sue vulnerabilità e un obiettivo di sfruttamento. Lo stesso schema descrive con precisione ciò che accade in una setta, in una frode finanziaria, in una campagna di propaganda autoritaria o in un’operazione di adescamento online.
Ma il parallelismo non è solo strutturale, bensì biologico. L’informazione carica di contenuto emotivo, la promessa di diventare ricchi, famosi, o semplicemente di avere ragione, funziona come una sostanza che genera dipendenza, attivando il rilascio di dopamina. La soddisfazione che si prova nel veder confermate le proprie convinzioni attiva gli stessi circuiti di ricompensa del cervello che entrano in gioco nelle dipendenze più classiche. «Qualunque dolore psicologico rappresenta una vulnerabilità», spiega Benscoter. «E la vulnerabilità è la porta d’ingresso della manipolazione.» Che la porta venga aperta dal membro di una setta o da un algoritmo di raccomandazione, il meccanismo che si innesca è lo stesso.
È un punto che entrambi i relatori sottolineano con forza: chi è intrappolato in un sistema di manipolazione psicologica, o in una bolla di disinformazione, non è stupido né debole. È sottoposto a un meccanismo biologico che è difficile riconoscere dall’interno.
La lotta alla manipolazione psicologica tra biografia e divulgazione
Per Jagolinzer il punto di svolta, doloroso e concreto, è stata la perdita di un familiare della disinformazione sull’efficacia e la sicurezza dei vaccini. Un caso che incarna con tragica chiarezza il passaggio dalla disinformazione online al danno reale. Da quel momento il professore ha dedicato la propria carriera alla lotta contro quella che definisce «inquinamento informativo sistemico», organizzando nel 2023 il primo Cambridge Disinformation Summit e nel 2025 la seconda edizione, con oltre duecento ricercatori e decisori politici da tutto il mondo.
Il punto di partenza della riflessione di Jagolinzer è il confronto tra mondo della finanza e dell’informazione. La contabilità finanziaria ha sviluppato nei decenni un’infrastruttura robusta per combattere la disinformazione sui bilanci aziendali, con standard di rendicontazione, audit indipendenti, comitati di controllo, sanzioni civili e penali. Eppure non esiste nulla di paragonabile per la disinformazione che circola sui social media, in televisione o alla radio. L’asimmetria è sorprendente: a fronte degli anticorpi istituzionali che agiscono a salvaguardia dei meccanismi della finanza, non esistono pressoché difese quando in ballo c’è l’informazione pubblica e, di conseguenza, la percezione collettiva della realtà.
Anche nel percorso di Benscoter, l’esperienza personale gioca un ruolo dirimente. Ai tempi della guerra in Vietnam, l’attivista era giovanissima e confusa dalla violenza del conflitto. I Moonies, i membri della Chiesa dell’unificazione, rappresentarono quindi la promessa di una missione, che il mondo esterno non era in grado di offrire: fermare la guerra ed essere scelti da Dio.
Le dinamiche che Benscoter descrive, tra cui il bisogno di appartenenza, la promessa di un significato, l’isolamento progressivo e la sostituzione dell’identità, sono le stesse che oggi si osservano nei percorsi di radicalizzazione online. E come spesso avviene in questi casi, anche Benscoter, uscita dalla setta dopo l’intervento della propria famiglia, si trovò ad affrontare una crisi d’identità devastante. Tra i 17 e i 22 anni le era stata sottratta la possibilità di costruirsi come persona autonoma dai dettami del gruppo di cui aveva fatto parte. Lo stesso smarrimento, osservano Benscoter e Jagolinzer, accompagna chi riemerge da una bolla informativa dopo mesi o anni. Così la scoperta che il proprio rapporto con la realtà è stato distorto genera disorientamento, vergogna e negazione.
Un antidoto che parla la lingua della disinformazione
Da questa esperienza è nata Antidote, l’organizzazione fondata da Benscoter che affronta la manipolazione psicologica come un problema di salute pubblica, proponendo un modello di azione scalabile e strutturato in tre fasi: prevenzione, intervento e guarigione. «Nessun gruppo può fermare la manipolazione psicologica da solo», sottolinea Benscoter. «Per questo creiamo modelli facili da utilizzare in contesti diversi: scuole, luoghi di lavoro, comunità, spazi online.»
L’aspetto più significativo, nella prospettiva del legame tra manipolazione e disinformazione, è l’Attention Integrity Movement: un movimento pensato per affrontare la manipolazione psicologica online su larga scala. Anche in questo caso si agisce su più fonti: l’inoculazione, attraverso il coinvolgimento di influencer che diffondano consapevolezza; le marketing challenges, sfide virali che stimolino il pensiero critico; e il community building, la costruzione di comunità resilienti. L’idea è che la prevenzione, per essere efficace, debba parlare la stessa lingua dei mezzi che vengono usati per manipolare. Se la disinformazione si diffonde attraverso contenuti emotivi, brevi e condivisibili, anche gli strumenti di difesa devono assumere la stessa forma.
Accanto a questo, Antidote ha sviluppato una learning community per decostruire i meccanismi della manipolazione, e lo Story Speak: persone che raccontano le proprie storie creando una banca di testimonianze che funziona sia come strumento educativo sia come ponte empatico verso chi non ha ancora compreso cosa gli è accaduto. Questa dimensione narrativa non è accessori e risponde alla componente emotiva e individuale della disinformazione.
Comunicare senza giudicare
Altro tema centrale del webinar è la vergogna, nemico della comprensione, e dunque grande alleato di chi manipola. Chiunque può cadere vittima di manipolazione psicologica, e la consapevolezza arriva solo quando si crea uno spazio sicuro in cui la persona può riesaminare la propria esperienza senza sentirsi giudicata. Questo vale per chi esce da una setta, ma anche per chi si rende conto di aver dato credito a informazioni false e averle diffuse.
«Suscitare vergogna è l’ultimo degli obiettivi», insiste Benscoter. «Non è necessario cambiare il sistema di credenze di qualcuno, ma bisogna svelare le tecniche di manipolazione affinché chiunque possa scegliere consapevolmente a cosa credere». È un principio che ha implicazioni dirette per il modo in cui affrontiamo la disinformazione come società: la strategia del debunking aggressivo rischia di essere controproducente, perché spinge le persone a trincerarsi anziché a riconsiderare.
Una questione di salute pubblica
Il messaggio che emerge dal confronto tra Benscoter e Jagolinzer è tanto un avvertimento quanto una proposta concreta: manipolazione psicologica e disinformazione sono due facce dello stesso fenomeno, e vanno trattate come una questione di salute pubblica. Se la manipolazione opera su scala globale attraverso i social media e gli algoritmi, la risposta deve essere adeguata e parimenti capillare.
