Comunicazione a senso unico, cittadini ai margini, disinformazione sottovalutata. Sono questi i tre nodi critici che uno studio dell’Università di Pisa individua nei piani pandemici regionali, messi a confronto con quanto suggerisce oggi la letteratura scientifica internazionale sulla comunicazione del rischio.
A sei anni dalla pandemia di Covid-19, l’Italia non sembra aver fatto tesoro fino in fondo delle lezioni apprese, almeno per quanto riguarda i piani pandemici. Questo quanto emerge dalla ricerca pubblicata su BMC Public Health con il titolo “Mapping risk communication practices in public health emergencies: a scoping review and comparison with Italian regional pandemic plans”, condotta nell’ambito del progetto CreSP (Comunicare il Rischio nelle Emergenze per la Sanità Pubblica) del Pisa Public Health Research Lab dell’Università di Pisa, diretto dalla professoressa Caterina Rizzo, ordinario di Igiene Generale e Applicata.
Inclusività e popolazione vulnerabile
Tra le criticità riscontrate, il primo nodo riguarda l’inclusività: una bassa alfabetizzazione sanitaria, barriere linguistiche o scarso accesso agli strumenti digitali continuano a costituire barriere significative rispetto all’esposizione ai canali di comunicazione istituzionale, fonte principale durante le emergenze. Sui 18 piani regionali analizzati (mancano documenti pubblici per Basilicata, Valle d’Aosta e la provincia autonoma di Bolzano), solo due affrontano il tema in modo esplicito.
Un modello ancora top-down
Problematico è anche l’aspetto del coinvolgimento dei cittadini, di rado affrontato nei piani. Il risultato è un modello di comunicazione che parla ancora prevalentemente top-down, che parla ai destinatari dall’alto verso il basso, mentre la ricerca internazionale insiste da anni sulla necessità di canali a doppio senso – panel di cittadini, ascolto sociale, alleanze con organizzazioni della società civile e leader di comunità – proprio per raggiungere chi è più difficile da intercettare con i mezzi tradizionali.
Il nodo dell’informazione
Gli autori dello studio, Erica De Vita, Guglielmo Arzilli, Francesco Gesualdo, Virginia Casigliani, Milena Pasquale, Gianluca Cruschelli, Federico Tecchio, Filippo Tosi, Andrea Davide Porretta, Diana Romersi, Cesare Buquicchio & Caterina Rizzo, sottolineano poi una terza lacuna: la gestione dell’infodemia, menzionata esplicitamente da tre piani su diciotto. Un’assenza che stride con l’esperienza raccolta a livello internazionale durante la pandemia, quando diversi Paesi hanno attivato sistemi di monitoraggio delle informazioni in circolazione e unità dedicate al contrasto della disinformazione: tutte strategie che, avvertono gli esperti, “andrebbero istituzionalizzate attraverso la collaborazione con organizzazioni di fact-checking, testate e attori della società civile”.
Le conclusioni dello studio arrivano da una scoping review su tre banche dati (PubMed, Scopus, Web of Science), che ha passato in rassegna quasi 12.500 pubblicazioni tra il 2019 e il 2024 selezionandone 173 per l’analisi comparativa con i piani regionali del triennio 2021-2023.
Punti di forza
Non tutto il quadro però è negativo. Lo studio segnala un progressivo, seppur disomogeneo, spostamento verso modelli di comunicazione più flessibili, capaci di reggere meglio in condizioni di incertezza grazie a unità dedicate al coordinamento dei flussi informativi e a messaggi differenziati tra cittadini e professionisti sanitari. Un esempio virtuoso è il Piano nazionale di comunicazione del rischio pandemico approvato in Conferenza Stato-Regioni, che secondo i ricercatori integra in modo più strutturato inclusività, gestione dell’infodemia e coinvolgimento delle comunità, con ruoli e responsabilità definiti.
Resta necessario un cambio di prospettiva: smettere di pensare la comunicazione del rischio come mero atto istituzionale, investire su indicatori misurabili e sulla formazione dei professionisti sul territorio, e costruire un approccio nazionale omogeneo tra le Regioni. Solo così, concludono i ricercatori, sarà possibile mantenere la fiducia della popolazione anche nelle fasi più critiche delle prossime emergenze sanitarie.
